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venerdì 26 luglio 2013

Crack Italia: i numeri li dà Di Battista!

Mentre il Governo Letta procede, come i precedenti, a colpi di fiducia delegittimando la centralità democratica del Parlamento e l'attuale maggioranza si prepara da partito unico ad un vero e proprio golpe costituzionale, il deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista ha scritto uno sconvolgente messaggio su Facebook. Invitando tutti a condividerlo. Sono numeri tragici quelli messi nero su bianco dal deputato. Ecco di seguito il messaggio: 
 
Facciamo diventare VIRALE questo post ragazzi. Condividiamo come non mai, lo stiamo facendo tutti quanti! 
 
Napolitano blinda il governo e nasconde i conti sotto il tappeto. Per la prima volta nel suo mandato, il presidente della Repubblica ha incontrato il ragioniere generale dello Stato. Perché? Ve lo diciamo noi: 

- Debito pubblico: record a 2.074 miliardi, veleggiamo verso il 130% del Pil

- Debito aggregato di Stato, famiglie, imprese e banche: 400% del Pil, circa 6mila miliardi

- Pil: atteso un altro -2% quest'anno. Si aggiunge al -2,4 del 2012

- Rapporto deficit/Pil: 2,9% nel 2013. Peggioramento ciclo economico Imu, Iva, Tares, Cassa integrazione in deroga lo portano ben oltre la soglia del 3%

- Prestiti delle banche alle imprese: -5% su base annua nei mesi da marzo a maggio. In fumo 60 miliardi di prestiti solo nel 2012

- Sofferenze bancarie: a maggio sono salite del 22,4% annuo a 135,5 miliardi

- Base produttiva: eroso circa il 20% dall'inizio della crisi

- Ricchezza: bruciati circa 12 punti di Pil dall'inizio della crisi. 200 miliardi circa

- Entrate tributarie: a maggio -0,7 miliardi rispetto allo stesso mese di un anno fa (a 30,1 miliardi, -2,2%). Nei primi 5 mesi del 2013 il calo è dello 0,4% rispetto ai primi 5 mesi del 2012

- Gettito Iva: -6,8% nei primi 5 mesi del 2013, un vero disastro

- Potere d'acquisto delle famiglie: -94 miliardi dall'inizio della crisi, circa 4mila euro in meno per nucleo

- Disoccupazione: sfondata quota 12,2%, dato peggiore dal 1977

- Disoccupazione giovanile: oltre il 38%

- Neet: 2,2 milioni nella fascia fino agli under 30, ragazzi che non studiano, non    lavorano, non imparano un mestiere, totalmente inattivi

- Precariato: contratti atipici per il 53% dei giovani (dato Ocse)

- Ammortizzatori: 80 miliardi erogati dall'Inps dall'inizio della crisi tra cassa integrazione e indennità di disoccupazione.
 

mercoledì 5 giugno 2013

I partiti contro i cittadini e le PMI. Lezzi (M5S): il Governo prende in giro le imprese!

Bocciati gli emendamenti del M5S mentre mancano 100 miliardi all'appello.

"La partitocrazia getta di nuovo la maschera. Lo fa durante le votazioni al Senato sul decreto che sblocca il pagamento di 40 miliardi di debiti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti delle imprese. Pdl, Pd, Scelta Civica, Lega, Sel hanno bocciato gli emendamenti anti-casta ed a favore delle piccole imprese presentati dal M5S. Il tutto è avvenuto in un clima surreale, con il delegato d'aula M5S Vincenzo Santangelo che ha denunciato i doppi voti dei "pianisti" tra questi il plurindagato Roberto Formigoni (Pdl).
Bocciato l'emendamento che proponeva un "Fondo Rotativo per la concessione di finanziamenti agevolati alle piccole imprese". A favore 50 e 198 contrari (Pdl, Pd,Scelta Civica, Lega) 8 astenuti.
Bocciato da Pd-Pdl-Scelta Civica-Lega-Sel anche l'emendamento che proponeva un fondo per il microcredito finanziato con le rinunce totali o parziali dei rimborsi elettorali (il M5S ha già rinunciato ai 42 milioni che gli sarebbero spettati).
Bocciato anche l'emendamento che proponeva la "sospensione della riscossione nei confronti delle imprese creditrici della Pubblica Amministrazione". A favore solo il M5S contrari 195 senatori (Pdl-Pd-Lega-Scelta Civica) 8 astenuti. Se approvato le cartelle di Equitalia & Co. sarebbero state sospese temporaneamente per le aziende che ancora non hanno riscosso i propri crediti che vantano nei confronti della Pubblica Amministrazione."

M5S Senato

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Mancano poi oltre 100 miliardi di Euro di debiti delle P.A. verso le aziende con meno di 20 dipendenti che non vengono fatte rientrare nel computo del debito pubblico ufficiale. Stiamo parlando di migliaia di aziende compeltamente ingorate dal governo e dai partiti!
Di seguito l'intervento della portavoce Lezzi del M5S in Senato.


martedì 2 aprile 2013

Perchè il M5S non può e non deve scendere a patti con la casta

Cerchiamo di capire  quali siano le cause  profonde della crisi in cui versa il paese, radicate nel sistema politico nel quale il M5S si è inserito e perchè non può scendere a patti in alcun modo con chi ha contribuito a creare ed aggravare la crisi e fa di tutto affinchè gli Italiani ne ignorino i motivi. Facciamo un passo indietro, dicembre 2012, il governo Monti è ancora in carica e il M5S non è ancora in Parlamento. L'economista Lidia Undiemi parla di Patto di stabilità e Fondo salvastati, due provvedimenti adottati all'unanimità dai partiti senza che i cittadini ne sapessero nulla e senza che neanche i parlamentari ne avessero coscienza e conoscenza, finalizzati nella sostanza a legittimare la finanziarizzazione di marca europea della politica nazionale. Dal punto di vista interno si valutano, inoltre, le conseguenze che le politiche di privatizzazione e di esternalizzazione adottate negli ultimi 20 anni hanno avuto sull'economia reale, favorendo il dilagare della corruzione e della speculazione e legittimando la deresponsabilizzazione dei Gruppi finanziari rispetto alla crisi. Tutto ciò con la complicità e la connivenza di tutte le forze partitiche presenti in Parlamento che si sono divise il governo del paese negli ultimi 20 anni e che pretendono ancora di dettare l'agenda politica, con le gravi responsabilità di una pseudo sinistra che è tale solo a chiacchiere.
Noi non dobbiamo mollare mai. E' solo l'inizio!




sabato 16 febbraio 2013

Programma Nazionale /4 - Economia



Presentiamo ai cittadini il Programma Nazionale del MoVimento 5 Stelle affinchè tutti ne possano prendere visione e confrontarlo con quello delle altre forze politiche.

- 4^ parte -
 

ECONOMIA
Mentre si pongono in atto tali manovre, bisogna arginare la crisi economica mondiale, che richiede ricette totalmente diverse da quelle dell’austerity Europea, portate avanti da Monti con l’avallo di Pd, Pdl e Udc.
L’aumento delle tasse porta alla chiusura di piccole-medie aziende italiane, mentre i tagli alla spesa pubblica riducono i servizi: per questo il PIL (prodotto interno lordo) diminuisce, non aumenta il gettito fiscale, le famiglie italiane hanno meno soldi a disposizione e si crea una vera e propria recessione.
Il debito pubblico italiano non solo non è diminuito, ma ha superato il tetto di 2000 miliardi di €, mentre lo spread tra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi è rimasto sempre elevato, portandoci ad un costo di  interessi sul debito elevatissimo (oltre 80 miliardi di euro l’anno).
Bisogna quindi fare l’esatto opposto. Non solo, autorevoli studi dicono che, per ridurre a zero lo spread, la cosiddetta credibilità internazionale di cui Monti si fa puntualmente scudo non basta: bisogna portare in pareggio la bilancia commerciale, cioè aumentare l’export e/o diminuire l’import. La maggior voce di import italiana è la bolletta energetica: su questo l’M5S vuole intervenire con cospicui finanziamenti per la riduzione massiva degli sprechi, la messa in rete di GWh di energie rinnovabili e con la ritrattazione dei contratti capestro di Eni con la Russia per il gas metano.
Il pareggio di bilancio introdotto nella Costituzione va abolito e sul totale del debito va eseguito preventivamente un “audit pubblico”, cioè un’analisi della sua origine, legittimità, legalità e sostenibilità.
L’audit è una condizione essenziale affinché la popolazione prenda coscienza del disagio economico e   possa comprendere e scegliere le strategie per affrontarlo, ristrutturandolo, e ridando un futuro al paese.
La moneta unica europea ha permesso per anni una certa stabilità dell’Eurozona, nascondendo le evidenti diversità economiche tra nazioni, a prezzo però di una rigidità pericolosa che non ha permesso di rispondere alla crisi economica mondiale. Infatti, sono impediti i naturali aggiustamenti di svalutazione/rivalutazione monetaria del passato, quando erano in vigore la lira e le altre valute europee.
Questi aggiustamenti permettevano un rilancio delle economie in difficoltà. Sarebbe stato ragionevole dapprima costruire politicamente e democraticamente l’Europa (con un’unica previdenza, un’unica fiscalità,
uguali contratti e l’elezione diretta dei membri del Consiglio Europeo) per poi dotarla di una moneta unica. Occorre che i paesi con bilancio positivo, come la Germania, si facciano carico del fondo di stabilità europeo (MES) senza ricatti verso gli stati che invece non possono contribuirvi nelle misure richieste e che rischiano il default, come l’Italia. Bruxelles ha il dovere di attuare riforme europee che prevedano, ad esempio, la nascita di una Banca Centrale Europea realmente garante dell’Euro-zona e la stesura di un bilancio comunitario serio.
Venendo ai confini nazionali, per ridare fiato alle famiglie e alle imprese, è necessaria una riforma della fiscalità improntata sulla riduzione del carico con particolare attenzione al lavoro e all’equità (art.53 della Costituzione). La riscossione dei crediti non deve più essere prerogativa di Equitalia che l’ha sin qui gestita in maniera usuraia; è necessario distinguere tra l’evasore fiscale e il corretto pagatore in difficoltà, permettendo a quest’ultimo di pagare e mantenere il suo lavoro.
Per la tutela dei piccoli risparmiatori è necessario introdurre nel nostro ordinamento una class action di tipo “americano” che colmi i profondi limiti della legge entrata in vigore nel 2009 ed è auspicabile l’introduzione di un rappresentante dei piccoli azionisti all’interno dei CdA delle aziende quotate in Borsa.
È fondamentale contrastare il malcostume dei cartelli tra imprese private che creano, di fatto, degli oligopoli e rinegoziare i contratti di concessioni statali (frequenze TV, autostrade, telefonia, gas ecc.).
Alla luce della necessità di dare impulso al chilometro zero e al consumo di merci locali, a costruzione di nuove mastodontiche infrastrutture di trasporto non ha più senso, a meno di non voler rimanere ancorati al binomio poco virtuoso di produzione di mezzi di trasporto-aumento delle merci circolanti. Si rende necessario uscire dalla logica post bellica in cui la ricostruzione era una necessità. In caso di reale bisogno, andranno valutati a fondo e non solo dal punto di vista economico il rapporto costi-benefici a lungo termine e i piani di dismissione e smantellamento, onde evitare cattedrali nel deserto. Investimenti a perdere come le linee ferroviarie Alta Velocità/Alta Capacità dei corridoi 5 e 24 (il TAV Torino/Lione e TAV Terzo Valico: 25 mld €), l’acquisto dei cacciabombardieri F35 (10 mld €), il mai abbandonato Ponte sullo Stretto vanno cancellate, così come sono da chiudere al più presto le missioni militari all’Estero.
I soldi così risparmiati, oltre a favorire un’alleggerimento fiscale, vanno investiti nelle piccole opere utili come la manutenzione dell’assetto idrogeologico del territorio, la riqualificazione energetica delle abitazioni esistenti, la messa in sicurezza dell’edilizia scolastica, la riduzione del digital divide (scarsità di automazione e informatizzazione dei processi) fra l’Italia e il resto d’Europa, l’ammodernamento del  trasporto pubblico e della sanità pubblica, nonché la cura del patrimonio artistico-culturale e paesaggistico più imponente al mondo. Tutto questo creando migliaia di posti di lavoro e migliorando la salute economica del paese.

Turismo
L’Italia ha un grandissimo potenziale di attrattiva (civiltà Romana, Rinascimento, barocco, mare, montagna, laghi, enogastronomia, turismo religioso) che sa poco sfruttare. Proponiamo una tutela e valorizzazione consapevole e sostenibile di queste risorse, che potrebbero diventare uno dei settori trainanti dell’economia italiana, a patto che ci sia un adeguato servizio di informazione turistica e di promozione delle nostre peculiarità.
Come si sa, il flusso turistico comporta benefici per l’area interessata, ma allo stesso tempo anche dei contro, soprattutto se pensiamo alle infrastrutture necessarie alla fruizione turistica stessa (strade, ferrovie, strutture ricettive, attrezzaggio aree, ecc). Si deve quindi puntare a una forma turistica che impatti nel modo minore possibile sul territorio e che fornisca quindi un soggiorno di qualità per i visitatori, sia che si tratti di turismo di massa, sia per quello più di nicchia. Si parla di turismo dolce o lento, che sappia vivere in sintonia con il posto (es. alberghi diffusi in antichi villaggi ristrutturati, fattorie didattiche, agriturismi...).
Si deve fare in modo che le entrate provenienti dal turismo possano essere reinvestite sul territorio a beneficio di tutta la comunità.

- segue -

giovedì 14 giugno 2012

La svendita dell'Italia prosegue!


Sembra che la cessione del patrimonio pubblico, destinata apparentemente a ridurre il debito pubblico, ma, in verità, ad aggravarlo, Monti la voglia fare attraverso la costituzione di fondi comuni, mobiliari ed immobiliari.
Innanzitutto  si ripresenta al riguardo il problema della valutazione degli  immobili conferiti,  che però oggi Monti affronta in maniera diversa rispetto a quanto fatto nelle precedenti occasioni, da Tremonti nel 2001 e da Siniscalco nel 2004. In quei casi è stato constatato, guarda un pò, che al termine dell'operazione centinaia di immobili dello Stato sono stati letteralmente  “svenduti” a beneficio degli acquirenti, incassando al netto meno della metà del loro valore di mercato (poi ci chiediamo come mai stiamo in mutande!).
Oggi, per ovviare a questo “errore”, Monti – furbetto quanto meno al pari di chi lo ha preceduto -  pensa di ricorrere al sistema dei fondi comuni che, come si sa, sono quotati sui  mercati (sempre loro, i “mercati”!)  e quindi più trasparenti (sic!), ma che saranno alimentati anche e forse soprattutto dal risparmio dei privati cittadini, minacciati dal default  e invogliati a “salvare la patria” (invece delle fedi di mussoliniana memoria, doneremo direttamente i nostri miseri  euri allo Stato o a chi per esso!).
Il problema è che in una fase di mercato come quella attuale decisamente difficile per il settore immobiliare, visto il pericolo nei prossimi mesi di svalutazioni  a raffica, soprattutto del patrimonio delle banche,  c’è il forte rischio che i risparmiatori che acquisteranno  quote di questi fondi rimarranno presto con il cerino acceso in mano.
Né sorte migliore avranno i fondi mobiliari che dovrebbero accogliere le partecipazioni statali. E’ vero che la capitalizzazione di borsa è già crollata e prima o poi dovrebbe riprendersi, ma chi può dire se si è toccati il fondo? Siamo certi che anche in questo caso il povero risparmiatore dopo qualche altro mese di aggravamento della crisi non si veda costretto a recuperare – se potrà - quel che rimane dei propri risparmi per sopravvivere?
A quel punto ai soliti investitori istituzionali (i mercanti che governano i mercati!) dopo aver drenato il risparmio in mano ai  privati non resterà che rastrellare le quote dei fondi mobiliari ed immobiliari a prezzi stracciati per mettere le mani sul patrimonio pubblico, con l’effetto collaterale, certamente di non minore gravità, che lo Stato e gli enti locali, dopo essersi spossessati di beni immobili e partecipazioni, attualmente, almeno sulla carta, fonte di entrate e profitti, si troveranno a pagare in mano a istituzioni e società private il fitto per le sedi dei loro uffici ed i servizi che una volta erano “pubblici”.
Dopo aver finanziato con le nostre tasse ed i nostri sacrifici la BCE che ha finanziato a sua volta le banche che hanno acquistato i nostri Titoli di Stato che ci ritroveremo nelle casse dei nostri fondi comuni quando ne avverrà il consolidamento, gli Italiani sono pronti a soggiacere con gioia all’ennesimo “travaso di ricchezza” compiuto sulla loro testa e nelle loro tasche.
L’unica miserevole speranza è che questo costante e progressivo impoverimento del paese abbia tempi lunghi  per poter reagire in tempo. Altrimenti, se l’Italia finirà nei prossimi mesi col non valere più nulla come Grecia e Spagna, sarà anch'essa abbandonata inesorabilmente dai mercati e svenduta al miglior offerente, con le sue spiagge, i suoi monti, i suoi monumenti e la sua storia!
Per favore, non lasciamoli fare, interveniamo in qualche modo!

Giovanni Nocella

sabato 2 giugno 2012

Warren Mosler: "Uscire dall'euro e non pagare il debito per azzerare la disoccupazione"

Uscire dall'euro e non pagare il debito pubblico: non lo dice solo Beppe Grillo, ma anche noti economisti come lo statunitense Warren Mosler presidente e fondatore della società automobilistica Mosler, gestore di hedge fund e autore di spicco della Teoria Monetaria Moderna, basata essenzialmente sul principio che una nazione dotata di sovranità monetaria non può fallire in quanto la sua "capacità di pagamento" è illimitata parimenti a come è illimitata la sua capacità di stampare moneta .
"La crisi del debito, iniziata nel 2009 nelle nazioni denominate "PIIGS", riflette questo rischio (di fallimento, ndr)  in quanto Portogallo, Irlanda, Italia, Spagna, Grecia hanno emesso debito in una moneta praticamente a loro straniera - l'euro - che sono impossibilitati a creare essi stessi" (fonte Wikipedia).
Non è, quindi, che tali affermazioni - soprattutto se dette da Grillo - siano fandonie qualunquistiche e irrealizzabili. Altri paesi come gli USA o il Giappone, che conservano la loro sovranità monetaria, pur avendo un debito pubblico decisamente superiore al nostro non sono affatto in pericolo di fallimento. Il problema è che l'Europa e quindi l'Italia sono governati da un pool di economisti ed esperti finanziari che applicano di fatto teorie decisamente contrapposte, che mirano al conseguimento di bilanci pubblici in pareggio (vedasi per noi la recente introduzione nella Costituzione del principio del pareggio di bilancio, pomposamente definito "Fiscal Compact", approvata rapidamente e senza clamori pressochè all'unanimità da parte del nostro Parlamento),   se non addirittura in surplus attraverso l'incremento della tassazione e la riduzione della spesa pubblica (definita, anche in questo caso con termini mistificatori, "Spending Review ") - soprattuto del welfare! - con conseguente impoverimento del sistema privato a favore di quello pubblico che ormai, credo sia abbastana chiaro, è di fatto nelle mani di alcune organizzazioni "private", di cui alcuni noti personaggi di pubblica rilevanza sono indiscussi emissari!
Ascoltate poi quello che afferma nel video l'economista di Wall Street Italia sul finanziamento del Piano Salvastati del MES: c'è da rabbrividire per l'assoluto silenzio dei media su di esso (fanno notizia invece il ladro maggiordomo del papa o le squallide vicende del calcioscommesse) - tant'è che il conduttore si affretta a toglierle la parola -  e soprattutto quello dei nostri politici, di cui sono espressione le facce inebedite dei politici presenti in studio che mostrano chiaramentre di non capire di cosa si stia parlando!

Insomma ci stanno impoverendo con metodi scientifici e non lo dobbiamo sapere!


Unico argine: il MoVimento 5 Stelle!


mercoledì 26 ottobre 2011

Salvare le banche europee... per salvare Wall Street.

E' Wall Street a detenere il nostro debito!

Continuiamo nel tentativo di inquadrare le cause più profonde della crisi finanziaria internazionale che rischia di travolgere anche la nostra bistrattata economia e di dare una interpretazione forse più rispondnete alla realtà dei provvedimenti impopolari che ci vengono chiesti dalle istituzioni finanziarie europee ed internazionali.

Fonte: Crisis? What crisis? - di Debora Billi

Visto che non sono certo un'autorità in fatto di banche e finanza, lascio la parola all'esperto. Ho scovato uno splendido articolo di qualche giorno fa che ci spiega, nero su bianco, perché gli Stati Uniti si stanno tanto interessando al debito europeo. Lo scrive Robert Reich, Docente di Politiche Pubbliche all'Università di Berkeley, California, ex Segretario del Lavoro del Presidente Clinton e autore di tredici libri. Vi traduco alcuni brani, qui l'originale.

Oggi Ben Bernanke ha unito la sua voce a quella di coloro che sono preoccupati per la crisi del debito europea. Ma perché esattamente l'America dovrebbe essere così preoccupata? Si, esportiamo in Europa - ma le esportazioni non finiranno. E in ogni caso, sono una goccia nel mare dell'economia statunitense.

Se volete sapere la vera ragione, seguite i soldi. Un default greco (o irlandese, spagnolo, italiano o portoghese) avrebbe sul nostro sistema finanziario lo stesso effetto dell'implosione della Lehman Brothers nel 2008. Il caos finanziario. (...)

Un default della Grecia o di qualsiasi altra nazione europea affogata nei debiti può facilmente colpire le banche tedesche o francesi, che hanno prestato molto alla Grecia. Ma è qui che entra in ballo Wall Street. Wall Street ha prestato una montagna di soldi alle banche tedesche e francesi. La totale esposizione all'euro zona è pari a 2700 miliardi di dollari, e quella verso Francia e Germania rappresenta circa la metà del totale.

E non sono solo i prestiti alle banche tedesche e francesi ad essere preoccupanti. Wall Street è anche coinvolta in ogni sorta di derivati emessi dall'Europa - sull'energia, la moneta, i tassi di interesse e di cambio. Se una banca tedesca o francese fallisce, l'effetto domino è incalcolabile.

Capito? Seguite i soldi: se la Grecia crolla, gli investitori cominceranno a fuggire da Irlanda, Spagna, Italia e Portogallo. Tutto ciò farà annaspare le banche tedesche e francesi. Se una di queste banche collassa, o mostra gravi segni di stress, Wall Street è in guai seri. Persino in guai più seri che dopo la Lehman Brothers.

Ecco perché le azioni delle principali banche USA sono scese nel mese scorso. Morgan Stanley ha chiuso lunedì al punto più basso da Dicembre 2008.

Reich sostiene che se le banche europee falliscono, la Morgan può perdere 30 miliardi di dollari, 2 miliardi in più del totale dei suoi assets, pur sostenendo di non avere alcuna esposizione verso le banche francesi: in realtà, l'esposizione deriva da assicurazioni, derivati e swaps.

Ecco perché a Washington sono terrorizzati - e perché il Segretario al Tesoro Tim Geithner continua a supplicare gli europei di salvare la Grecia e le altre nazioni indebitate.

Non vi confondete: gli USA vogliono che l'Europa salvi le nazioni indebitate così che esse possano ripagare le banche europee. Altrimenti, le banche potrebbero implodere - portando Wall Street con loro. E una delle tante ironie è che alcune delle nazioni indebitate (l'Irlanda è l'esempio migliore), si trovano in tale situazione proprio perché hanno fatto un bailout alle loro banche nella crisi che è cominciata a Wall Street.

Chiuso il cerchio.

In altre parole, non è la Grecia il problema. Né l'Italia, il Portogallo, o la Spagna. Il vero problema è il sistema finanziario - centrato a Wall Street. E noi non l'abbiamo ancora risolto.



martedì 25 ottobre 2011

"Merde!" (*)

La situazione ristagna, anzi no, forse precipita!

L'impasse del Governo sulla manovra è figlio del casino che regna assoluto nella nostra politica nazionale. E' chiaro che le misure chieste dalla CE e dalla BCE, dettate più nell’interesse delle banche francesi e tedesche che dei popoli europei, scontenterebbero comunque gran parte degli Italiani.

Da un Lato ci sono B. & B. che esitano a prenderle perchè sanno che così perderanno le prossime elezioni perchè le opposizioni gli sparerebbero addosso con alzo zero, così quasi quasi gli conviene lasciarglielo fare a loro ed avere poi un anno di tempo per raccogliere il malcontento popolare e recuperare posizioni.

Dall'altro le opposizioni lo sanno e sanno anche che se fossero loro al governo non saprebbero che pesci prendere, ma vorrebbero comunque mettere le mani sulla privatizzazione del patrimonio pubblico come hanno fatto in passato e premono per un governo “tecnico”.

Chi dovrebbe essere super partes non sappiamo da che parte tira (o forse lo sappiamo, ma non si può dire, se no ti qualificano come “complottista”) e si guarda bene dal prendersi una responsabilità che lo marchierebbe di impopolarità per il resto della sua vita .

Gli industriali, parlano solo di riduzione delle tasse e di liberalizzazione del lavoro, ma intanto il paese annega nell'evasione e tanto meno loro pensano di metter mano al portafoglio per investire aspettando che il governo, come al solito, gli tolga le castagne dal fuoco e gli crei quel mercato che loro hanno contribuito a perdere con le delocalizzazioni, gli artifizi contabili, i conti all'estero ecc..

I sindacati continuano a difendere demagogicamente i diritti acquisiti dei lavoratori come se nulla fosse cambiato negli ultimi 30 anni e ignorano la massa di disoccupati e sottooccupati che di diritti non ne hanno proprio, forse a causa anche della scellerata "concertazione" degli ultimi decenni.

L'italiano medio sbraita continuamente contro tutti, ma in Italia hanno tutti qualcosa da perdere per cui non alzano un dito salvo che per scrivere, come sto purtroppo facendo io in questo momento, su internet o partecipare alla solita manifestazione "tarallucci e vini" e se poi ci scappano le mazzate sono tuti pronti a prendere indignati le distanze dalle solite cape pazze, perchè loro certe cose non le fanno .....

Insomma forse non siamo un paese di merda, come dice il nostro premier, ma di sicuro nella merda ci siamo fino al collo!

Il problema è che questo è un paese vecchio! Governato da vecchi! Con idee vecchie! Che difende vecchi privilegi!

Speriamo, ora che la mangiatora comincia ad alzarsi, che presto venga la "Pimavera Italiana" dei nostri giovani, quelli ai quali stiamo fottendo il futuro. Sempre che non si facciano manipolare da qualche solito "vecchio" volpone!

Forse con il MoVimento 5 Stelle ........

(*) In onore di Sarkozy, il titolo è in francese. E' un'imprecazione che significa: "merda!"

Giovanni Nocella

martedì 18 ottobre 2011

Commissione d’indagine Usa: le vere cause della crisi

I tristi eventi di Roma di domenica scorsa hanno indubbiamente sortito l'effetto, non sappiamo quanto auspicato da istituzioni e forze politiche, di mettere la sordina, almeno in Italia, alle proteste degli Indignatos.
Proviamo invece ad andare oltre le violenze e a fornire quelle informazioni che i media si ostinano ad oscurare.

Riporto un articolo sul tema del febbraio 2011 - non credo che da allora la situazione sia migliorata - sulle responsabilità della crisi americana che ha dato il via a quella più ampia che ha coinvolto l'intera economia mondiale e che ci suggerisce di prendere con la massima cautela e diffidenza consigli e paternali dei soliti "esperti", soprattutto se legati a quella parte di governance coinvolta nel crack.

Fonte: http://www.dazebaonews.it/economia/item/1923-commissione-d%E2%80%99indagine-usa-le-vere-cause-della-crisi

ROMA - La “Financial Crisis Inquiry Commission” americana ha pubblicato il suo rapporto sulle cause della crisi finanziaria americana e globale che ha sconvolto il mondo della finanza e dell’economia.

La Commissione guidata dall’ex ministro del Tesoro dello stato di California, il democratico Phil Angelides, era composta da 10 esperti economici indipendenti, dei quali 4 indicati dal partito repubblicano. Ha lavorato per 18 mesi con 19 giorni di audizioni pubbliche. Ha sentito ben 700 testimoni. Ha analizzato i comportamenti di tutti gli attori dell’economia, dalle banche agli speculatori, dal governo alle agenzie di rating.

Il verdetto finale è un’accusa pesante per tutti, a partire dalla Federal Reserve per le sue inadempienze e le sue complicità . Non salva nessuno, nemmeno gli uomini delle amministrazioni democratiche. Evidentemente non ci sono state solidarietà di appartenenza. Questa è la forza della democrazia americana che dovrebbe insegnare qualcosa anche a noi italiani.

La FCIC ha svolto un compito simile a quello della Commissione Pecora che nel 1932 fu incaricata dal Senato americano di indagare e spiegare alla nazione le cause della Grande Depressione del ’29.

“E’ stata una distruzione fino alle fondamenta del sistema finanziario”, dice il rapporto. Ha lasciato macerie e vittime ancora da quantificare: più di 26 milioni di americani sono senza lavoro, 4 milioni di famiglie hanno perso la loro casa e altre 4,5 milioni rischiano di perderla, 11 trilioni di dollari di valori e ricchezze sono stati cancellati, minando anche i risparmi e le pensioni di milioni di cittadini.

L’interrogativo della Commissione è stato anzitutto: “Come sia stato possibile che nel 2008 gli Stati Uniti siano stati posti forzatamente di fronte a due alternative dure e dolorose: il collasso totale della finanza e dell’economia oppure immettere trilioni di dollari dei contribuenti per salvare il sistema”.

L’esplosione della bolla dei mutui subprime è stata certamente il detonatore della reazione a catena della “bomba nucleare” finanziaria. La Commissione però documenta con dovizia di dati lo stravolgimento sistemico in corso da almeno trenta anni. Dal 1978 al 2007 i debiti del settore finanziario americano erano passati da 3 a 36 trilioni di dollari. Nel 1980 il settore segnava il 15% di tutti i profitti economici nazionali, nel 2006 la quota era già salita al 27%, mentre le 10 maggiori banche commerciali controllavano il 55% del patrimonio dell’intera finanza americana.

Il documento conclude che la crisi era evitabile. Perciò è stata il risultato di azioni ed inazioni umane e non di modelli computeristici mal funzionanti.

Parafrasando Shakespeare, la colpa non sta nelle stelle ma negli uomini! Tutte le avvisaglie della crisi sono state tragicamente ignorate, dai rischi insostenibili dei mutui-casa all’aumento dei prezzi degli immobili, dalle pratiche predatorie di credito ai derivati senza regole, alle operazioni di copertura a breve.

Si è lasciato correre tutto in nome di un laissez faire galoppante. La Commissione denuncia anzitutto il fallimento della Federal Reserve e di Alan Greenspan che era diventato il promotore della deregulation e dell’autoreferenzialità del mercato finanziario. Ricorda che quel mercato tra il 1999 e il 2008 ha messo in campo ben 2,8 miliardi di dollari per finanziare le sue lobby. L’abrogazione del Glass-Steagall Act, voluto nel 1933 dal presidente FD Roosevelt per garantire i depositi bancari e per sancire la separazione tra banche commerciali e banche di investimento a tutela del risparmio e contro le speculazioni finanziarie, è stato il primo grave passo imposto dalle lobby.

I meccanismi hanno fallito, quelli dei controlli e delle regole, quelli della corporate governance e della gestione dei rischi, quelli della trasparenza e degli interventi correttivi del governo. Perciò la crisi è stata sistemica. Questo è chiaramente detto dalla Commissione. Del resto lo si vede dall’utilizzo spropositato della leva finanziaria da parte delle grandi banche di investimento. La Bear Stearns, la Goldman Sachs, la Lehman Brothers, la Merrill Lynch e la Morgan Stanley operavano con una leva di 40 a 1, cioè a fronte di 40 dollari di attività (assets) avevano soltanto 1 dollaro di capitale.

A ciò si aggiunga la loro dipendenza dai finanziamenti a breve. Alla fine del 2007, per esempio, la Bear Stearns aveva 11,8 miliardi di dollari in capitale, un’esposizione di 383,6 miliardi e una dipendenza dal mercato del credito overnight per 70 miliardi!.

Il rapporto Angelides merita ovviamente un più approfondito studio. Speriamo comunque che i governi europei lo prendano in seria considerazione per decidere le nuove regole finanziarie.

Il documento è stato da molti giornali ignorato o sottovalutato. Anche il Sole 24ore nell’articolo di Luigi Zingales finisce col definirlo un “inutile rumore”.

Eppure le conclusioni della Commissione sono eloquenti: “Due anni dopo l’intervento del governo, il sistema finanziario americano, in molti aspetti, è lo stesso di quello operante alla vigilia della crisi. Anzi, oggi è ancora più concentrato nelle mani di poche, grandi istituzioni finanziarie di importanza sistemica”.

Perciò noi riteniamo che solo una spietata analisi della cause e delle responsabilità della crisi sistemica sia la condizione per formulare proposte efficaci di riforma..

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Giovanni Nocella


martedì 16 agosto 2011

UDITE, UDITE...

DI GIULIETTO CHIESA
megachip.info

Udite, udite, o signori e signore che leggete i giornali dei finanzieri di tutto il mondo, (cioè i “loro giornali”, cioè tutti i giornali del mainstream, e naturalmente tutte le televisioni del mainstream) adesso scoprirete il segreto, uno dei segreti, forse il più importante dei segreti, che sta dietro la crisi della finanza mondiale. Credevate che la Grecia fosse la pietra dello scandalo e che i greci, questi spendaccioni corrotti, dovessero essere salvati, sì, ma insieme privati della loro sovranità nazionale, come gli italiani, del resto, e i portoghesi e gli irlandesi? Vi sbagliavate, ma non è colpa vostra. Le cose stanno diversamente, e tenetevi forte alle vostre sedie. Scoprirete anche come la più grande democrazia del mondo (senza scherzi, sto parlando di quella americana!) è in grado di guardarsi dentro (quasi) fino in fondo.

E questo è un bene. Salvo naturalmente il fatto che nessuno lo saprà. E questo è un male. Eccetto io e voi che leggete queste righe elettroniche (questa roba non andrà mai sulla prestigiosa carta dove scrivono De Bortoli, Riotta, Pigì Battista e altri tristanzuoli che vi hanno raccontato e vi raccontano frottole tutti i giorni).

Prima di tutto la fonte, perchè non abbiate a sospettare che si tratti del solito trucco di un “complottista” inveterato. La fonte è più che ufficiale, unica e irripetibile: GAO Audit (Government Accountability Office). Il Governo è quello degli Stati Uniti d’America. L’Audit è parola inglese che sta per verifica contabile. L’Audit di cui si parla è il primo che sia stato mai effettuato da mano umana (non possiamo escludere il buon Dio) sull’attività della Federal Reserve nei quasi cento anni della sua storia.

Voi direte, stupiti: ma come è possibile? Mai nessuno è andato a guardare dentro quei conti? Risposta esatta, mai nessuno. La Federal Reserve è stata una riserva di caccia al di sopra di ogni controllo. La seconda domanda che vi porrete è: ma perchè proprio adesso? Il fatto è, capirete, che gira il mondo un sacco di gente sospettosa. E costoro sono malfidati: visti i risultati vorrebbero dare un’occhiata alla cassaforte. Così è accaduto un accidente imprevisto. All’inizio quelli che stavano dentro la cassaforte hanno pensato: che guardino pure, intanto non ci capiranno niente. Invece quei temerari hanno capito fin troppo bene. E’ andata così, che Ron Paul e Alan Grayson hanno fatto passare un emendamento alla legge Dodd-Frank che consentiva di fare l’inaudito: controllare i conti della Federal Reserve. Al Senato USA erano distratti in quel momento. Detto fatto, due senatori fuori del comune (cioè con le rotelle non del tutto a posto, come vedremo) hanno fatto la ricerca: la storia meriterebbe che i loro nomi restassero scolpiti come i profili dei presidenti sul Mount Rushmore. Si chiamano Bernie Sanders, indipendente, e Jim DeMint, repubblicano.

Aperto il vaso di Pandora è successo un finimondo. Ma, per così dire, “al chiuso”. Ben Bernanke, attuale portiere della Federal Reserve ha protestato veementemente, seguito a ruota dal predecessore Alan Greenspan, e da altri banchieroni tutti mondiali, e tutti beneficiari, come vedremo, di donazioni varie e gratuite. “Che effetto avrebbero sui mercati del pianeta certe scoperte?”, hanno detto. “Bloccare tutto, fermare, insabbiare!”.

Se queste cose le leggete per la prima volta vuol dire che ci sono riusciti, fino ad ora.

Il fatto è che il senatore Sanders è uno svitato e ha messo tutto, pixel su pixel, sulla sua web page. E la frittata non è più riparabile. Per meglio dire: si ordinerà a tutto il mainstreamdi tacere e nascondere. E magari di pubblicare tutte le storie delle eventuali amanti di Sanders, o di svelare quanti conti in banca ha, e magari se ha sodomizzato il suo cuoco, o ha una collezione di foto pedofile. Cosicchè della faccenda dell’audit della Federal Reserve non ne sentirà parlare nessuno, o quasi. Ma Sanders, DeMint e il buon Dio ci permettono comunque, a noi, che parte del mainstream non siamo, di raccontarvi cosa è venuto fuori. Che è una storia niente male, che, se il mainstream non fosse la cloaca che è, potrebbe perfino metterla in prima pagina. E veniamo al dunque, scusandoci con i lettori se abbiamo fatto in apertura come fece Dostoevskij nel presentare i suoi “ Fratelli Karamazov”, cioè scrivendo un romanzo per introdurne un altro.

Le cifre dunque ci dicono che, tra il dicembre 2007 e il giugno 2010, senza che nessuno sapesse niente, cioè segretamente, la Federal Reserve ha tolto dal brago banche, corporations, governi sotto diverse latitudini e longitudini, dalla Francia alla Scozia, e chissà fin dove è arrivata la sua “beneficenza”, con la non modica cifra di 16 mila miliardi di dollari, cioè sedici trilioni di dollari. Tutto questo ben di Dio sarebbe stato collocato sotto la vocina di bilancio di un “programma onnicomprensivo di prestiti”. Ma nessuno, nemmeno il Congresso americano ne è stato informato. Di quei 16 trilioni non un dollaro è ritornato indietro. Eppure sono stati prestati – pensate o lettori ignari – a tasso zero, cioè gratis et amore dei. Per avere un’idea della cifra, se ancora non avete avuto il capogiro, basti pensare che il prodotto interno lordo annuale degli USA si aggira attorno a 14,2 trilioni e che il debito complessivo degli Stati Uniti viaggia sui 14,5 trilioni.

Dunque, concludendo, un gruppo di banchieri, che non sono stati eletti da nessuno, prende decisioni di portata mondiale, compra e ricatta governi, banche corporations. Perchè lo fanno? Perchè il sistema è esploso e va al collasso, e loro lo drogano con denaro finto, perchè possa continuare a funzionare. E – cosa non meno importante – in questo modo si mettono in condizione di minacciare ricattare, condizionare, sostituire governi e ministri di tutto il mondo. Siamo alla dittatura di un superclan semi criminale, che complotta usando denaro fittizio (da dove credete siano usciti quei 16 trilioni se non dalle “stamperie” segrete della Federal Reserve? Tenendo conto anche che quei soldi non occorre stamparli, ma li si può creare dal nulla schiacciando qualche tasto di un computer). Dunque adesso sappiamo che il famoso TARP (Troubled Asset Relief Program), fissato in 800 miliardi di dollari, era una balla al ribasso, buona per i mercati e per non fare esplodere la protesta dei contribuenti americani. Lo chiamarono (libera traduzione mia) “Programma di salvaguardia degli assetti tossici”. E, in effetti fu proprio un programma per salvare quegli assetti.

Li comprarono perchè non si scoprisse che erano velenosi. Valevano zero, ma vennero acquistati in denaro sonante. Salvarono i truffatori. Il pubblico fu indotto a pensare che questo servisse a qualche scopo. L’unico scopo era di finanziare i truffatori. Che sono gli stessi che ora esigono di essere nuovamente pagati per i crediti illegali (tossici appunto) che erogarono. Solo che la cifra fu venti volte più grande.

Dove sono andati e a chi, e quanto? Adesso sappiamo tutto. C’è l’elenco, eccolo:

Citigroup: $2.5 trillion ($2,500,000,000,000)

Morgan Stanley: $2.04 trillion ($2,040,000,000,000)

Merrill Lynch: $1.949 trillion ($1,949,000,000,000)

Bank of America: $1.344 trillion ($1,344,000,000,000)

Barclays PLC (United Kingdom): $868 billion ($868,000,000,000)

Bear Sterns: $853 billion ($853,000,000,000)

Goldman Sachs: $814 billion ($814,000,000,000)

Royal Bank of Scotland (UK): $541 billion ($541,000,000,000)

JP Morgan Chase: $391 billion ($391,000,000,000)

Deutsche Bank (Germany): $354 billion ($354,000,000,000)

UBS (Switzerland): $287 billion ($287,000,000,000)

Credit Suisse (Switzerland): $262 billion ($262,000,000,000)

Lehman Brothers: $183 billion ($183,000,000,000)

Bank of Scotland (United Kingdom): $181 billion ($181,000,000,000)

BNP Paribas (France): $175 billion ($175,000,000,000)

E molte altre banche minori che qui non staremo a citare. Chi volesse sapere i dettagli può andarseli a vedere qui, qui, qui e ancora qui.

Adesso ci è più chiaro chi sono i nove banchieri che si ritrovano, assieme ai loro complici, in qualche ufficio di Wall Street, o a bordo di qualche nave, una volta al mese per complottare contro le nostre vite, il nostro lavoro, il nostro futuro. Sicuramente sono tutti fedeli partecipanti alle riunioni del Gruppo Bilderberg e della Trilaterale. In un mondo bene ordinato bisognerebbe che venissero arrestati, su mandato, per esempio, della Corte Penale Internazionale. Ma chi ha il potere di spiccare un tale mandato, visto che i governi europei sono tutti complici di questi balordi? Ai quali si dovrebbe aggiungere i dirigenti delle agenzie di rating che non potevano non sapere e che sono state e sono parte della macchinazione. Danno i voti a tutti, e decidono chi è fedele e chi non lo è alle loro operazioni da scassinatori; sorvegliano e fanno il palo prima che arrivi l’opinione pubblica. E questa non può arrivare perchè non sa niente. E non sa niente perchè giornali e tv mentono e distraggono milioni e miliardi di spettatori. Da quei pulpiti ci viene l’accusa di avere troppo consumato. Ma quei pulpiti, materialistici per eccellenza, continuano a spingerci a consumare ancora. E’ il delirio dei balordi.

Come difenderci? Organizzarci per rispondere. Il debito che hanno creato se lo paghino loro, se ci riescono. L’attacco alle nostre condizioni di vita dobbiamo respingerlo. Certo che ricorreranno alla forza, come sta facendo il cameriere Cameron dopo i tumulti di Londra. Come Berlusconi e Fassino stanno facendo con i No Tav della Val di Susa. Ma se milioni di europei capiranno che è giunto il momento di difendersi, partendo dalla difesa del proprio territorio (dove per territorio s’intende tutta la nostra vita, a partire dal nostro cervello e dalla nostra salute), li potremo sbalzare di sella. Dove abitiamo noi, loro sono più deboli e noi quasi invincibili. Se ci organizziamo. Tertium non datur: o li sbalziamo di sella o loro ci distruggeranno. Sicuramente molti di noi, insieme ai milioni che non si possono difendere. Ci porteranno via gli ultimi residui di democrazia, ci renderanno schiavi. Vogliono cancellare la storia di 150 anni di diritti conquistati. Sono la peste moderna. Se vogliamo guarire dobbiamo rispondere alla loro dichiarazione di guerra.

Giulietto Chiesa

Fonte: www.megachip.info
Link: http://www.megachip.info/tematiche/beni-comuni/6618-udite-udite.html
13.08.2011


mercoledì 27 luglio 2011

Affitti in nero: tempi duri per gli evasori!

Fra le varie disposizioni previste dal Decreto Legislativo n. 23/2011 in materia di federalismo municipale l’art. 3, nel disciplinare il nuovo regime della cedolare secca applicabile dai proprietari di immobili in alternativa facoltativa rispetto al regime ordinario vigente per la tassazione del reddito fondiario ai fini dell’IRPEF, introduce ai commi 8 e 9 anche nuove e pesanti sanzioni per quei proprietari che affittano attualmente in nero o che non hanno registrato i contratti d’affitto o che in futuro non lo faranno entro 30 giorni dalla stipula.

La nuova normativa, in vigore dal 7 giugno 2011, consente all’inquilino di poter autonomamente registrare il contratto d’affitto sia che sia stato stipulato per iscritto o anche in forma verbale, anticipando il versamento dell’imposta dovuta e ottenendo in cambio e contestualmente alla registrazione un contratto d’affitto a condizioni per lui estremamente favorevoli e, di converso, dannose per il proprietario: una durata di 4+4 anni ed un canone di locazione annuale pari al triplo della rendita catastale dell’immobile oggetto della locazione. Ad esempio: un inquilino senza contratto che paga 700 euro al mese per un immobile la cui rendita catastale annua è pari a 300 euro, può ottenere un contratto di 8 anni ad un canone di 75 euro al mese (cioè 300 x 3 diviso 12 mesi). Tutto ciò versando all’agenzia delle entrate una cifra presumibilmente non superiore a poche decine di euro.

Si tratta di una disposizione molto importante per i Comuni che hanno tutto l’interesse a che grazie ad essa emerga buona parte del mercato delle locazioni che opera in totale o parziale evasione fiscale. Stranamente essa è stata emessa da un governo di centro destra che di solito è abbastanza tenero con i proprietari immobiliari, ma è chiaro che la scarsità di risorse economiche unita alla applicazione di un reale federalismo fiscale comporti evidentemente anche scelte dolorose, almeno da un punto di vista elettorale. Strano invece che i media e le amministrazioni, ma anche l’opposizione, non diano invece il giusto risalto ad una disciplina che potrebbe portare linfa vitale ai Comuni e rappresentare uno strumento di equità fiscale in una paese dove l’evasione è ormai diventata una vera e propria piaga sociale.

Vita dura, finalmente, per i proprietari di immobili evasori cronici a beneficio delle casse comunali.

Auspichiamo che il Comune di Formia dia quindi ampio risalto a tale normativa!