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martedì 19 febbraio 2013

Programma Nazionale /6 - Energia




Presentiamo ai cittadini il Programma Nazionale del MoVimento 5 Stelle affinchè tutti ne possano prendere visione e confrontarlo con quello delle altre forze politiche.

- 6^ parte -
 

Il nostro paese ha bisogno di un piano energetico nazionale che preveda un uso razionale dell’energia e delle materie prime tramite azioni dirette alla promozione del risparmio energetico, all’uso appropriato delle fonti di energia, al miglioramento dei processi tecnologici che utilizzano o trasformano energia, allo sviluppo delle fonti rinnovabili, alla sostituzione delle
materie prime energetiche di importazione. Attualmente, l’importazione di materie prime grava sul bilancio per più di 60 miliardi di euro, impattando fortemente sullo spread e sulla nostra economia.
Vanno quantomeno raggiunti gli obiettivi del Protocollo di Kyoto entro il 2020: abbassamento dei consumi energetici del 20%, innalzamento al 20% della quota di energia prodotta da fonti rinnovabili e riduzione del 20% delle emissioni di CO2, per evitare di incorrere in ulteriori sanzioni pecuniarie per inadempienza.
La Legge 9 gennaio 1991 n. 10 recepiva integralmente tali obblighi ma è stata totalmente disattesa. In oltre 20 anni il rendimento del sistema energetico nazionale è aumentato solo del 10% passando dal 36% del 1991 al 46% attuale, a causa di una politica incapace, interessata a mantenere le entrate fiscali o a fare gli interessi delle principali compagnie petrolifere ed energetiche come ENI, SORGENIA, EDISON, ENEL, A2A, IREN.
A livello di consumi, oggi, il 95% del parco edilizio del paese presenta fabbisogni di energia primaria analoghi a quelli degli anni ’60, compresi cioè tra 18 e 25 metri cubi di metano per ogni metro quadro calpestabile e un continuo aumento dei costi del combustibile impone una rigorosa riduzione.
Si rendono necessarie le seguenti misure:

  •  Introduzione dell’obbligo di diagnosi energetica del sistema edificio-impianto per il patrimonio edilizio esistente ed in particolar modo per gli edifici pubblici o ad uso pubblico. Bisogna dunque quantificare i consumi e le opportunità di risparmio energetico sotto il profilo costo-beneficio dell’intervento, pianificando anche gli interventi per la riduzione della spesa energetica e i relativi tempi di ritorno degli investimenti, oltre a possibili miglioramenti di classe dell’edificio nel sistema di certificazione energetica.
  • Incentivazione delle nuove tecnologie nei processi di combustione e dei nuovi materiali da coibentazione energetica altamente performanti che, se adottati unitamente ad efficienti sistemi di termoregolazione e contabilizzazione del calore, permettono di ridurre fino al 50% e non meno del 30% i consumi per la climatizzazione invernale della maggior parte delle edifici esistenti dotati di impianto centralizzato, con notevoli vantaggi in termini di riduzione delle emissioni di CO2 e NOX. 
  • Agevolazione delle anticipazioni bancarie e semplificazione delle norme per i contratti di  riqualificazione energetica col metodo esco (energy service company), effettuate a spese di chi le realizza e ripagate dal risparmio economico che se ne ricava.. I costi di investimento si ripagano da soli in meno di cinque anni grazie all’ingente risparmio energetico. 
  •  In caso di nuove costruzioni o di ristrutturazioni globali di edifici preesistenti, realizzazione di involucri edilizi che sfruttino gli apporti gratuiti di energia e che utilizzino impianti convenzionali e fonti rinnovabili, in grado di garantire bilanci energetici positivi e di rendere energeticamente indipendente il fabbricato (case passive). In maniera ancor più virtuosa, si potrebbe contribuire all’immissione di energia nel sistema nazionale (case attive).
  • Incentivazione della rottamazione di edifici privi di rilevanza architettonica/paesaggistica, al fine di ricostruirne, nel medesimo luogo, altri con criteri moderni di rispondenza alle normative antisismiche, antincendio, energetiche e acustiche.
  • Implemento, a livello di singole utenze, dell’efficienza di lampade, elettrodomestici, condizionatori e macchinari industriali, nonché introduzione di un sistema di monitoraggio del costo giornaliero del Kwh, in modo da consigliare il momento più opportuno per l’utilizzo energetico, favorendo l’uso delle fonti rinnovabili, per loro natura discontinue, in un sistema a produzione continua.

 A livello di produzione non c’è bisogno di costruire nuovi grandi impianti il cui picco nominale è già ben oltre il massimo mai utilizzato, ma di “efficientare” gli esistenti. Proponiamo quindi:


  • L’incremento dell’efficienza del parco energetico delle centrali termoelettriche a gas naturale che ad oggi si attesta intorno al 46%, adeguandolo ai parametri del 55-60 % che ad oggi si possono ottenere per centrali di nuova generazione a cicli combinati.
  •  Chiusura di tutte le centrali a carbone.
  • Incentivazione della co-generazione diffusa di energia elettrica e calore, a partire dagli edifici più energivori: ospedali, centri commerciali, industrie con processi che utilizzano calore tecnologico, centri sportivi ecc, consentendo di utilizzare il potenziale energetico del combustibile fino al 97% e rifiutando così la logica dei grandi impianti e delle reti di teleriscaldamento che si sono rivelate non efficienti.
  • Incentivazione della micro-cogenerazione a livello domestico.
  • Incentivazione dell’utilizzo di sistemi di generazione privi di processo di combustione in sinergia con l’utilizzo delle fonti rinnovabili di energia (fotovoltaico, geotermico, eolico, idroelettrico), soprattutto di taglia mini e micro.
  • Incentivazione della produzione di biogas derivante dalla fermentazione anaerobica dei rifiuti organici in impianti dedicati alla chiusura del ciclo in aziende agricole.
  • Agevolazione della produzione di biocombustibili, esclusivamente in terreni marginali e non destinati alla produzione di alimenti per uomini ed animali, quali aree industriali dismesse o zone limitrofe ad aree industriali a rischio ambientale.
  • Eliminazione retroattiva degli incentivi per la combustione dei rifiuti, anche nella loro componente organica.
  • Realizzazione di una rete infrastrutturale di ricarica destinata alla futura mobilità elettrica con colonnine di carica distribuite nelle principali città, previo accordo con le principali associazioni di categoria presso i distributori carburanti della rete viaria italiana.
  • Efficientazione della rete energetica di distribuzione di TERNA sia per ridurre la dissipazione nell’alta tensione che per permettere la “messa in rete” di molteplici fonti energetiche distribuite, nella previsione di un futuro in cui ogni abitazione/vettura elettrica sarà, a seconda dei momenti, un produttore o consumatore di energia elettrica/termica

lunedì 3 dicembre 2012

Centrale del Garigliano: inchiesta per disastro ambientale!



A pochi giorni dal Tavolo detto della Trasparenza tenutosi il 27 novembre scorso a Sessa Aurunca durante il  quale le cosiddette autorità costituite presenti    – stiamo parlando di rappresentanti dei Comuni e Province interessati, dell'ISPRA, del Ministero della Salute, del Ministero dello Sviluppo economico, dell'Osservatorio Ambientale, dell'ASLCE , dell'ARPAC  e della Sogin  -  si sono premurate di rassicurare tutti, con estremo puntiglio,  sull’impatto ambientale di quello che resta della Centrale elettronucleare del Garigliano, affermando tra l’altro che la media dei tumori nel Comune di Sessa Aurunca è inferiore a quella della regione e tirando anche le orecchie a chi crea allarme sulla incidenza del cancro in tutta l’area circostante la Centrale, c’è chi a livello di autorità, finalmente, la pensa diversamente ed apre un’indagine giudiziaria.
E’ il sostituto procuratore della Repubblica Giuliana Giuliano di Santa Maria Capua Vetere che ha aperto un fascicolo per disastro ambientale e irregolarità in materia di sicurezza nucleare, con un blitz della Guardia di Finanza presso la Centrale che ha portato al sequestro di documenti ed accertato fatti  gravissimi di cui si sono resi colpevoli Enti ed Autorità che hanno il compito di mettere in sicurezza il sito e di vigilare sulla tutela dell’ambiente e della nostra salute.  
Controlli dell’Arpa previsti ogni sei mesi che non vengono svolti da sette anni, rifiuti radioattivi interrati a meno di 50 cm di profondità e a contatto con la falda acquifera, scoli dei reattori che finiscono nel Garigliano … cioè tutto quello che comitati e cittadini denunciano da anni, lì, in bella mostra, in barba al Tavolo della Trasparenza, a denunciare un rischio  ormai conclamato!
Ma allora tre giorni prima le autorità presenti a questo benedetto Tavolo di cosa stavano parlando? Su quali basi si permettono di fare certe affermazioni? Quali lavori di decontaminazione sono stati realmente effettuati dalla SOGIN, con quale efficacia? E per il futuro che garanzie ci sono che questo disastro strisciante abbia termine? Stiamo parlando di scorie che resteranno in quel sito “temporaneamente” ancora per decine di anni  prima di essere trasferite in un fantomatico Deposito Nazionale di cui nessuno sa se e dove sarà realizzato, stoccati in una struttura chiaramente decrepita e fatiscente, a rischio di inondazioni, in una zona sismica e densamente abitata!
L'esito del referendum ha posto un freno, almeno per un po’, alla questione nucleare da un punto di vista dell’approvvigionamento energetico e ci auguriamo che ciò costringa il Governo ad aprire finalmente alla ricerca ed agli investimenti in energie alternative ed  a basso impatto ambientale ed a spingere per la riduzione dei consumi ed il risparmio energetico. Come è sotto gli occhi di tutti, però, con il nucleare non si può abbassare la guardia e non solo per il Garigliano. Resta infatti, sempre più grave, nel nostro paese il rischio ambientale e sociale delle tonnellate di scorie e di rifiuti radioattivi derivanti non solo dalle centrali dismesse , ma anche dalle attività civili e sanitarie (per non parlare delle testate nucleari presenti sul nostro territorio!).
Noi del MoVimento 5 Stelle siamo convinti quindi, come più volte affermato durante la recente campagna referendaria, che il problema della Centrale del Garigliano non riguarda solo  il Comune di Sessa Aurunca e le zone immediatamente a ridosso della Centrale, bensì l’intera area compresa in un raggio di centinaia di chilometri  da questa e indirettamente tutti noi italiani e poiché come due anni fa non abbiamo alcuna fiducia nelle autorità comunali delle nostre città in tema di tutela della salute dei cittadini e di difesa dell'ambiente e del territorio, torniamo ad invocare ancora una volta – e ci adopereremo per essa - una  mobilitazione generale dei cittadini a sostegno questa volta dell’azione della magistratura, affinché i responsabili vengano puniti in maniera esemplare, si faccia chiarezza (Trasparenza?) sulle reali condizioni della centrale  e si adottino provvedimenti immediati ed efficaci.

Giovanni Nocella
MoVimento Formia 5 Stelle

giovedì 19 luglio 2012

Formia 5 Stelle e l'impronta ecologica.

Conoscere il MoVimento - 1

Molti cominciano a chiedersi (e a chiederci) se il MoVimento 5 Stelle sarà presente alle prossime elezioni amministrative anche a Formia. Ad essere onesti, non lo sappiamo, ma è certo che ci proveremo.
Nell'attesa di sciogliere questo dilemma, che credo attanagli più gli altri (avversari, concorrenti e più o meno amici) che noi e di approfondire tematiche relative alla politica cittadina, proviamo a farci conoscere un pò meglio dai  nostri concittadini, illustrando, di volta in volta nelle prossime settimane, alcuni dei principi guida ai quali saranno ispirate le nostre (le vostre!) proposte amministrative.

Cominciamo con il segnalare l'indicatore ambientale "impronta ecologica" molto utile per contrastare quelle iniziative che provocano squilibri ambientali e consumo di territorio come le speculazioni edilizie e le grandi opere. Se per caso leggendo queste righe vi viene in mente qualche vicenda legata al territorio della città di Formia e del Golfo di Gaeta, segnalatecelo in modo chiaro e dettagliato: abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti per cambiare il modo di fare politica in questa città.





L’impronta ecologica è un indicatore ideato nel 1990 da William Rees e Mathis Wackernagel e continuamente perfezionato da quest’ultimo: il WWF nel 1996 lo ha presentato in Italia  traducendo anche l’omonimo libro che ora – grazie all'impegno della Rete di Lilliput - è arrivato alla quarta ristampa  (Impronta ecologica – Edizioni  Ambiente –2008).
L’impronta è utilizzata  per correlare lo stile di vita ed i consumi di una popolazione con “la quantità di natura” che  serve per sostenerli a tempo indeterminato. Questa “quantità di natura” – espressa in ettari di territorio pro capite - comprende sia le risorse naturali necessarie per mantenere quel tipo di vita e di consumi  (es. campi per produrre grano, alberi per la carta, spazio costruito ecc.), sia gli spazi ambientali necessari per smaltire i rifiuti generati (es. ettari di foreste per assorbire l’anidride carbonica prodotta dalle auto); in pratica l’impronta rappresenta “il peso” (espresso in ettari di natura bio-produttiva) che ogni popolazione esercita sull’ambiente..
E’ molto interessante confrontare l’impronta della popolazione presa in esame con la  “produttività pro capite” o “bio-produttività” del territorio  su cui vive. Dal punto di vista dell’equilibrio ambientale se l’ impronta è minore della bio-capacità tutto va bene, se è maggiore c’è da preoccuparsi perché significa che la popolazione esaminata utilizza  risorse provenienti dai territori esterni ai suoi confini. In base ai dati tratti dal Living Planet Report 2010 se si desse il livello di vita dell’italiano medio a tutti gli abitanti della Terra occorrerebbe la produttività di più di due pianeti e questo non è possibile! 

L’impronta dell’Italia è di 5 ettari pro capite mentre la biocapacità dell’Italia è pari a 1,1 ettari. Questo significa che l’Italia ha un deficit pro capite che è pari a 3,9 ettari (nello studio del  2004 era di 2,7 ettari, nel 2006 era di 4,2 ettari). In altre parole gli italiani per non gravare sul resto del mondo avrebbero bisogno della biocapacità di un po’ più di altre tre “Italie”. Fondamentale è capire che una riduzione dell'impronta non implica necessariamente una riduzione della qualità della vita: passare ad esempio da una casa con grandi dispersioni energetiche ad una casa passiva fa diminuire l'impronta e aumentare la qualità della vita. Lo stesso vale per il cibo biologico o i trasporti pubblici: una rete pubblica efficiente farebbe diminuire l'impronta e migliorerebbe la qualità della vita.
L’impronta è stata calcolata per diverse città come Bologna, Catanzaro, Ancona, e per varie regioni italiane tra cui la Liguria, la Toscana, la Basilicata, la Calabria, le Puglie, la Sicilia e la Sardegna. Un numero crescente di nazioni e di aministrazioni come ad esempio il Giappone, la Svizzera, l'Ecuador, stanno adottando questo parametro per definire le proprie politiche. L'impronta viene molto usata dall'Unione europea per prendere decisioni politiche: provate a cercare nel sito della UE inserendo "Ecological footprint". 
Per approfondire: 1) Mathis Wackernagel “L’impronta ecologica” – Edizioni Ambiente – 4° ristampa agg. ott 2008.
2) Nicky Chambers, Craig Simmons, Mathis Wackernagel Manuale delle impronte ecologiche – Edizioni Ambiente – 2002
3) Mathis Wackernagel, Ecological Footprint Network     http://www.footprintnetwork.org
4) Per calcolare l’impronta ecologica personale provatelo, è divertente...ma fa pensare!

fonte: www.retecivicaitaliana.it

mercoledì 23 febbraio 2011

Ingannevole lo spot degli scacchi sul nucleare!

Vi ricordate lo spot sul nucleare promosso per alcune settimane dal Forum Nucleare Italiano? Quello della partita di scacchi (truccata)?
Bene, ne è stata vietata la diffusione perchè è ingannevole. Lo ha stabilito l’Istituto per l’autodisciplina della pubblicità che è formato da operatori ed imprese della comunicazione e della pubblicità e quindi non da attivisti contrari al nucleare .

"La pubblicità contestata non è conforme all’art. 2 del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, letto ed applicato alla luce delle ‘Norme preliminari e generali’ e integrato dal disposto dell’art. 46, e ne ordina la cessazione nei sensi di cui in motivazione."

Le "mosse" del giocatore bianco erano dunque false ed ingannevoli. Ricordiamolo a tutti i nuclearisti ed ai consumatori "boccaloni" che magari hanno creduto allo spot.

Non è vero che il nucleare conviene ai cittadini, ma solo alla aziende che vi partecipano come Ansaldo Nucleare, Confindustria, Edf, Sogin che sono tra l'altro anche i fondatori del Forum nucleare italiano che ha commissionato la campagna.

Non è vero che la bolletta per i consumatori sarà più leggera, perchè il nucleare lo pagheremo anche con i contributi statali cioè con i soldi dei contribuenti e la bolletta non comprenderà i costi indiretti come i danni alla salute ed all'ambiente, lo smantellamento delle centrali nucleari quando saranno obsolete e lo smaltimento delle scorie.

Non è vero che fra 50 anni i nostri figli potranno contare ancora sui combustibili fossili - carbone, gas e petrolio - cui si aggiungerà l'atomo, perchè il costo della loro estrazione sarà sempre più alto e ciò vale anche per l'uranio. L'unica vera alternativa sono il sole e le altre energie alternative rinnovabili (escluso i rifiuti!) cui destinare risorse e ricerca.

Non è vero che l'atomo è sicuro, perchè anche se le nuove centrali dovessero rispettare tutti i parametri di sicureza (quali e da chi definiti?), resta il problema irrisolto ed irrisolvibile delle scorie la cui nocivtà per l'uomo e l'ambiente resterà inalterata per centinaia e migliaia di anni.

Forse lo spot giusto era questo:



giovedì 21 ottobre 2010

Pallante: stiamo mangiando nel piatto dei nostri figli

Tre giorni, a Perugia, per mettere insieme ecologisti-filosofi, bio-architetti, imprese specializzate nelle nuove tecnologie energetiche e tutti quelli che della sostenibilità fanno una regola di vita. A partire dal green-building, le case “verdi” le cui bollette sono ridotte all’osso, come l’emissione di anidride carbonica. Primo comandamento: riduzione dei consumi. «La regola è: riutilizzare tutto quello che c’è in casa», scrive Antonella Mariotti su “La Stampa”. «Non si butta via niente, tutto si ricicla, nulla si distrugge. Dalle maglie infeltrite che diventano “cattura-polvere” alle mini-pale eoliche sul tetto di casa per produrre energia». Tutto va bene se serve a risparmiare: non solo i soldi, ma il Pianeta.

Maurizio Pallante«Non sprecare è diventato un dovere morale: stiamo mangiando nei piatti dei nostri figli e dei nostri nipoti. Dobbiamo credere nelle nuove tecnologie, la politica deve investire nel settore e tutti noi nel dobbiamo fare qualcosa. Come? Riducendo i consumi». Parola di Maurizio Pallante, leader del Movimento per la Decrescita Felice, che a Perugia ha concluso la tre giorni “Progettare il il futuro”, scienziati e aziende a confronto per mettere in campo le “tecnologie della decrescita”. Tutto è troppo: in estrema sintesi, è questo il pensiero di ecologisti e imprenditori della green economy che fanno della sostenibilità e del rispetto per l’ambiente la loro filosofia di vita per un “comportamento virtuoso”.
All’inizio fu Serge Latouche, ecologista presidente dell’associazione “La ligne d’horizon”, professore emerito di scienze economiche all’università di Parigi, che da sempre sostiene: «Se tornassimo ai consumi degli Anni Sessanta, per noi non cambierebbe nulla: già allora c’erano auto e riscaldamento. Moltissimo di quello che abbiamo oggi è solo superfluo». Con Latouche, aggiunge la Mariotti, diventa di moda il termine “decrescita serena”, una tendenza che sta dilagando forse anche come conseguenza della crisi, più che della virtù. In Italia, la filosofia della decrescita è elaborata e interpretata da Maurizio Pallante, tra i fondatori con Mario Palazzetti e Tullio Regge del Cure, Comitato per l’uso razionale dell’energia, e da vent’anni ricercatore e divulgatore dei rapporti tra ecologia, tecnologia ed economia.
Tullio ReggeÈ stato Pallante a fondare il “Movimento per la decrescita felice” che organizza corsi su come riciclare i rifiuti e il metodo migliore per separarli, oltre a fornire indicazioni su dove trovare i “negozi alla spina” nei quali si vendono prodotti senza imballaggi, come pasta, spezie, cereali, vino, detersivo, saponi. Ognuno si porta un contenitore da casa e chiede di riempirlo. «Ma il punto fondamentale degli ultimi anni, attorno a cui ruota la “decrescita” – osserva la Mariotti sulla “Stampa” – è l’energia alternativa e il modo di “farsela-da-sé”, se le amministrazioni non intervengono. È sufficiente collegarsi su YouTube per vedere frotte di ingegneri che spiegano, a video, come fabbricare un pannello solare, una mini-pala eolica, o come collegare la lavatrice all’acqua calda di casa per evitare l’eccessivo consumo di energia elettrica».
«Il consumismo deve diventare tabù, la salvezza della Terra lo impone»: ne è convinto Erik Assadourian, ricercatore del Worldwatch Institute e direttore della pubblicazione annuale “State of the world”, atteso a Cuneo con l’associazione Greenaccord. «L’epoca dello spreco alimentare e dell’abuso di risorse naturali è finita», avverte: «O impareremo ad accontentarci o la Terra lo farà per noi». L’anno scorso, secondo la Cgia, il calo dei consumi è stato di 12,6 miliardi. Ogni nucleo familiare in media ha tagliato le spese per 516 euro l’anno. Colpa della crisi, hanno detto gli esperti. Maurizio Pallante legge questi dati traducendo la parola “crisi” in cinese: «È formata da due ideogrammi – spiega – che significano pericolo e opportunità».

Erik AssadourianDa dove cominciare? Da casa propria, naturalmente: «Se siamo in un condominio con riscaldamento centralizzato, basta mettere le valvole ai termosifoni. Le nostre case consumano 20 litri di gasolio l’anno per ogni metro quadrato, mentre in Germania non concedono l’abitabilità se ne consumano più di 7». In che modo invertire la tendenza? Con la massima semplicità, sottolinea Pallante: «Basta mettere più attenzione negli acquisti, non schermare i termosifoni con le tende, non lasciare aperto il frigo, far bollire l’acqua chiudendo la pentola con un coperchio, dotare i rubinetti di riduttori di flusso: pochi euro di spesa, risparmio di quasi il 50% sulla bolletta. A casa mia ho dovuto scegliere: infissi nuovi o cambiare le piastrelle del bagno? Ho scelto gli infissi, e col risparmio sul riscaldamento fra tre anni cambierò anche le maioliche del bagno».

fonte: Libre

mercoledì 5 maggio 2010

Dopo il picco del petrolio ci aspetta il collasso del sistema?

DI EMILY SPENCER
Countercurrents.org

Recentemente, Glen Sweetnam, dirigente del reparto Internetional, Economic and Greenhouse Gas della Energy Information Administration alla DoE [ndt:US Department of Energy], ha annunciato al mondo intero che la disponibilità di petrolio ha raggiunto un "plateau" [ndt: si riferisce al picco di Hubbert, ossia al punto di massima estrazione del petrolio oltre il quale, secondo il geofisico Hubbert, ci attende una inarrestabile decrescita della produzione petrolifera]. Tuttavia, le sue dichiarazioni non sono state rese pubbliche dai più importanti media americani di larga diffusione. Invece la notizia viene trattata da Le Monde in questo modo.

Potremmo credere che la valutazione degli U.S.A. sulla decrescita della produzione petrolifera sia stata esposta tramite questa pubblicazione specifica, forse dovuta a qualche tipo di accordo tra Barack Obama e Nicolas Sarkozy.(Forse è un modo indiretto per avvertire la Francia tenendo però all'oscuro la maggior parte degli americani su questo argomento, affinchè, ignari di tutto, possano andare avanti come al solito. Dopo tutto, nessuna prognosi destabilizzante deve disturbare il loro lento ritorno alle vie del consumismo sfrenato che rafforza l'economia, soprattutto quella cinese, dalla quale il governo federale degli Stati Uniti dipende per i prestiti.)

Tutto sommato, nei notiziari dell' Inghilterra, dove vivo, non c'è stato, per quanto ne so, neppure un servizio di 10 secondi riguardo al messaggio di Glen Sweetnam. Quando veniva fatta una tale dichiarazione, i giornalisti inglesi parlavano della recente alluvione...ancora e ancora.

Allo stesso modo, nessun giornalista impegnato a discutere dell'inondazione ha osato mettere in chiaro che il peggioramento delle condizioni atmosferiche è legato alle conseguenze del cambiamento climatico e che tali conseguenze sono legate anche al petrolio. Inoltre, immaginate che effetto potrebbe fare sul Dow o sul Nasdaq se le teorie di Glen Sweetnam si diffondessero in tutta l'America, magari assieme ad un dibattito sui rami economici collegati.

Quali sono le impicazioni? In Life After Growth, Richard Heinberg, ricercatore anziano in sede al Post Carbon Institute [ndt.:associazione no-profit che fornisce informazioni e analisi sullo sviluppo sostenibile], afferma: "In effetti, dovremo creare una "nuova normalità" che si adatti alle limitazioni imposte dall'esaurimento delle risorse naturali. Mantenere la "vecchia normalità" non è una scelta possibile; se non troveremo nuovi obiettivi per noi e se non progetteremo la nostra transizione da un sistema basato sulla crescita economica ad una sana economia dell'equilibrio, finiremo per instaurare comunque una "nuova normalità", tuttavia meno desiderabile, le cui tracce possono già essere lette nella crescita della disoccupazione, nel gap crescente tra i ricchi e i poveri e nelle sempre più frequenti e più gravi crisi finanziarie e di governo - tutti fattori che provocano un profondo disagio agli individui, alle famiglie e alle comunità."

In altre parole, dobbiamo smetterla di illuderci che la crescita economica possa essere perpetua e dobbiamo trovare un altro modo di vivere d'ora in avanti. Dobbiamo smettere di far finta che tutto vada bene soltanto perchè la nostra visione miope della vita non riesce a farci scorgere nessun crollo maggiore nel futuro più immediato. Le conseguenze del non guardare in faccia la realtà sono palesi.

Invece di mettere la testa sotto la sabbia, è decisamente meglio guardare lontano e vedere i mostri che stanno arrivando in modo da poter attuare delle contromisure significative. Una reazione adeguata è preferibile all'attaccarsi ciecamente, di certi personaggi o di certi gruppi, agli stessi modelli, che potrebbero anche aver funzionato in passato, ma non sono più attuabili in modo proficuo. (Quei leader dalla vista corta che cercano di spremere le ultime gocce di petrolio dalla terra per perseguire obiettivi commerciali di portata globale sono un chiaro esempio).

Certamente la realtà non ha niente a che fare con sogni ed utopiche speranze, senza contare il livello che ci stanno imponendo, dovuto ad una fiducia eccessiva o ad altre ragioni. Un' ostinata adesione ai capricci e alle scelte del passato semplicemente non funzionerà in queste circostanze. Come suggerisce John Adams,"I fatti non si discutono; e qualsiasi siano le nostre speranze, le nostre inclinazioni o gli imperativi delle nostre passioni, non si possono alterare lo stato dei fatti e l'evidenza."

Allo steso tempo, i nostri standard di vita attuali dipendono chiaramente dalla nostra capacità di consumare enormi quantità di combustibili fossili, inclusi un numero di barili di petrolio all'anno stimato intorno ai 30 miliardi, mentre circa il 40% del consumo di energia globale proviene dal petrolio. Al contrario, coloro che non hanno accesso a tali ricche risorse energetiche, sia nelle nazioni sviluppate che in quelle in via di sviluppo, mettono in relazione legittimamente la prosperità e l'accesso ai beni materiali con l'uso di combustibili fossili.

Dopo tutto, nessun sostituto "verde" può arrivare anche solo vicino alla densità energetica ottenuta con i derivati dei carburanti fossili. A questo proposito, Robert Bryce, caporedattore dell'“Energy Tribune” e autore di un libro appena pubblicato, Power Hungry: The Myths of “Green” Energy, and the Real Fuels of the Future, fa notare in Let’s Get Real About Renewable Energy nella versione online del WSJ [n.d.t.: Wall Street Journal]: "Possiamo raddoppiare l'energia solare e quella eolica, e poi raddoppiare di nuovo. Dipenderemo ancora dagli idrocarburi."

Dal suo punto di vista, la ragione è che non potremo mai, in un tempo ragionevole, raggiungere l'enorme quantità di energia necessaria attraverso mezzi alternativi. Allo stesso modo, "le energie rinnovabili non possono fornire nemmeno un quantivo di base dell'energia necessaria; per esempio, il quantitativo di elettricità richiesto per venire incontro alla domanda dei consumatori americani."

Allo stesso tempo, l'accesso ai combustibili fossili sarà sempre più la causa principale di piccoli e grandi conflitti in tutto il mondo, mentre i maggiori contendenti (specialmente U.S.A, Cina e Russia) useranno sempre di più la violenza per guadagnare vantaggio sui propri rivali. A questo proposito, le attuali guerre nel Medio Oriente e nell'Africa sono minuscole se messe a paragone con i conflitti che ci aspettano.

Inoltre, l'incombente crollo della produzione petrolifera causerà un aumento vertiginoso dei prezzi dei prodotti, dei servizi e degli alimenti che dipendono dal petrolio. Inoltre i derivati del petrolio sono fondamentali per i fertilizzanti, i pesticidi, i diserbanti, il trasporto delle merci nei mercati, la maggior parte delle operazioni di imballaggio della merce (per esempio, la realizzazzione di contenitori, in aggiunta alle operazioni di imbottibliamento e inscatolamento) e ovviamente i macchinari operativi delle industrie.

Considerato tutto questo, immaginate le industrie abbandonate senza abbastanza petrolio. Sarebbero ugualmente in grado di fornire abbastanza cibo per 7 miliardi di persone? Come farebbero a rifornire nove dei dieci miliardi di persone che popoleranno la terra più o meno nel giro dei prossimi quarant'anni?

Henry Kissinger ha affermato: "Chi controlla il cibo controlla le persone; chi controlla l'energia può controllare tutti i continenti; chi controlla il denaro può controllare il mondo." Tuttavia, ha forse dimenticato che il nostro cibo e in pratica ogni industria e la finanza sono strettamente legati all'energia e questa, a sua volta, è legata ai carburanti fossili.

Secondo un inchiesta di Greenpeace USA pubblicata il mese scorso, "Quasi il 71% dell'elettricità in U.S.A. proviene dai carburanti fossili, di cui il 53% deriva dal carbone. Del rimanente, il 21% è generato dall'energia nucleare, il15% dal gas naturale, il 7% dall' acqua e meno del 2% dalle altre fonti rinnovabili. Come risultato di questo miscuglio, gli U.S.A. emettono più di 2500 milioni di tonnellate di CO2 (MMtCO2) ogni anno."

Per di più, il carbone e i gas, che possono essere convertiti in energia, non costituiscono fonti inesauribili. Dunque, alla luce del nostro dilemma energetico, che cosa possiamo aspettarci per il futuro?

Secondo Thomas Wheeler in It’s the End of the World as We Know It, "E' chiaro che le zone residenziali di certo non sopravviveranno alla fine del petrolio a basso costo e del gas naturale. In altri termini, la decrescita delll'America-volontaria o no- sarà la tendenza del futuro. Si preparano profondi cambiamenti nel ventunesimo secolo. Il crollo imminente della civiltà industriale ci costringerà ad organizzare le comunità umane in un modo assolutamente diverso dall'attuale sistema globalizzato che risulta non ecosostenibile, altamente centralizzato e distruttivo per l'ecosistema. Abbiamo bisogno di instaurare un sistema decentralizzato e localizzato, con comunità più piccole e a misura d'uomo, che possano sostenere se stesse grazie alle risorse de proprio territorio. La civiltà industriale e le zone residenziali si basano sulle risorse energetiche a basso costo per poter crescere ed espandersi. Quest'era sta giungendo al termine. Uno dei nostri compiti più importanti attualmente è preparaci ad uno stile di vita totalmente differente".

Eppure, Barack Obama e le sue coorti hanno incautamente deciso di estendere il nostro periodo di dipendenza dal petrolio senza cambiare nulla, invece di usare una sifnificativa parte di esso, oltre ad un'abbondante quantità di fondi federali, per instituire una fondazione risoluta che si occupi dell'approvvigionamento di energie alternative e di fronteggiare gli enormi cambiamenti sociali che stanno per verificarsi. In altre parole, sono ancora intrappolati in un estremo tentativo di sostenere l'industria globalizzata (compreso il mercato del lavoro offshore e le enormi reti di trasporto) invece di preparare la società ad un nuovo stile di vita successivo alla decrescita della produzione petrolifera, mettendo al primo posto i diritti umani e lo sviluppo di comunità regionalizzate.

Sicuramente, favorire un tale cambiamento costruttivo aiuterebbe l'America a tutti i livelli. La ragione è che dirottare la ricchezza dalle terrificanti guerre per l'energia, dal commercio su vasta a scala e dal salvataggio di corporazioni pericolose alla creazione di solide basi economiche fortemente centralizzate porterebbe numerosi beneici. Questa operazione potrebbe generare lavoro, proteggere le materie prime e gli ambienti naturali in cui si trovano le comunità e tenere a freno l'uso di combustibili fossili finchè molti prodotti saranno creati ed usati localmente.Potrebbe inoltre condurre singoli individui e gruppi ad acquisire le competenze necessarie a creare una gamma variegata di prodotti, e porterebbe a promuovere lo sviluppo delle cooperative e di altre innovative organizzazioni come Simple Gifts Farm, rafforzando l'economia statunitense a livello globale.

Inoltre, i programmi di sostegno delle multinazionali sono evidentemente dannosi per il benessere dell'ambiente e per la moltitudine delle società sparse per il mondo. Permettono infatti che la classe più benestante continui ad accumulare guadagni sbalorditivi alle spese degli altri. In questo modo, molte persone affrontano il crescente deteriorarsi delle condizioni di vita mentre, allo stesso tempo, l'ambiente che li circonda viene distrutto dal saccheggio di risorse e dai disastri naturali.

Come sostiene Bruce Sterling, "Nessuna civiltà può sopravvivere alla distruzione materiale della sua base di risorse". Infatti, sono stati costruiti sistemi energetici chiusi e diretti ad uno sviluppo sfrenato, senza curarsi del fatto che tali sistemi provocano l'aumento della popolazione, del consmo di risorse e della domanda energetica.

I risultati dell'oltrepassare i limiti sono senza dubbio chiari. Inculdono invasioni armate e il saccheggio delle risorse di quelle popolazioni meno capaci di difendere i propri beni e le proprie terre dagli aggressori, senza contare la diminuzione della disponibilatà di prodotti importanti quando si raggiunge una soglia massima e, infine, nonostante tutto, la diminuzione dei guadagni.

Allo stesso modo, ogni membro del governo che si battesse a favore di una riduzione del consumo energetico e del commercio globalizzato commetterebbe un suicidio politico. Dovrebbe inoltre far fronte ad un pubblico ostile, di cui industraili e proprietari di aziende agricole, e verrebbe isolato sia dai lobbisti che dai finanziatori delle campagne di rielezione.

Contemporaneamente, è evidente che le "porte girevoli" della politica tra esecutivi delle aziende, politicanti e burocrati, spesso legati a potenti magnati, esistono senza dubbio e conducono anche, in alcuni casi, a conflitti di interesse [Regulatory Capture nell'originale. N.d.r.]. Il risultato complessivo di tale modello è la crescita incontrollata dello sfruttamento aziendale, della frode e della fame di potere, mentre la popolazione intera viene progressivamente destituita. Intanto, la classe più elevata, senza misure legislative importanti che agiscano sul libero mercato, ottiene un controllo sempre maggiore sulle risorse del mondo intero e i mezzi finanziari per conquistare un potere sempre maggiore in futuro.

Allo stesso modo, il sistema globale fa sì che i padroni del business internazionale vadano alla ricerca di manodopera a costo sempre più basso ovunque esiste e anche se comporta lavoro minorile e condizioni lavorative pericolose, oltre alla ricerca affannosa di nuovi consumatori e di enormi quantità di materie prime arraffate nei paesi in via di sviluppo dotati di una debole (quando presente) regolamentazione sulla salvaguardia delle risorse. Inoltre, vengono abbandonati quei paesi in cui i materiali desiderati, se non sono già stati saccheggiati, sono protetti da rigide leggi governative. Contemporaneamente, l'offerta di lavoro continua a diminuire quando gli standard salariali minimi non sono in assoluto i più bassi da trovare o non ci sono più nuove risorse da sfruttare.

A questo proposito, Jan Lundberg sostiene, in The People Of The Brook Versus Supermarket Splendor, "Le relazioni sociali oggi sono basate sulla tolleranza della tirannia: pericolosi progetti di gadagno industriale, mancata trasparenza sulla proprietà di azioni di grandi patrimon e una ricchezza finanziaria astronomica. Appena il castello di carte del picco del petrolio cadrà, nuove strutture sociali saranno (re)stabilite. C'è un numero crescente di persone che attende la fine della tirannia della falsa ricchezza e dell'arroganza civile."

Chiaramente, le nostre scelte per il futuro che vogliamo creare saranno determinate ampiamente dalla limitazione dell'uso del petrolio e di altre risorse. Ne risulta in conseguenza che noi possiamo o sostenere ancora un uomo che persegue un indirizzo politico per cui solo i soggetti più potenti e ricchi hanno accesso ad abbondanti quantità di risorse energetiche costose e di beni materiali, oppure possiamo promuovere la deglobalizzazione, che porta ad una condivisione equa delle risorse, alla creazione di posti di lavoro, al rafforzamento dei legami comunitari, alla realizzazione di basi di risorse locali che non siano eccessive, e alla creazione di pilastri sociali che non aumentino il divario tra i ricchi e i poveri.

La seconda opzione, inoltre, ci protegge contro gli ormai sempre più frequenti collassi finanziari determinati dal sistema di boe. In questo sistema, una boa che si abbassa di livello, quando altre boe sono agganciate ad una che sta affondando, trascina le altre verso il basso così che le boe più vicine sono per lo più tirate sul fondo. In altri termini, immaginate cosa potrebbe accadere se l'economia di un Paese, i suoi beni, il suo benessere sociale e così via fossere legate in maniera precaria a dei partner in crisi. sarebbe un sistema strutturalmente sicuro?

Tutto sommato, è facile notare che gli individui e i Paesi che se la passano relativamente meglio nella recessione in corso sono quelli i cui pilastri finanziari sono stati largamente isolati dalle influenze delle altre nazioni. Inoltre, le nazioni più immuni alla crisi tendono ad orientarsi al servizio dei bisogni della propria popolazione e sono inoltre molto regionalizzate, oltre ad essere generalmente cratterizzate da piccole, semplice e più gestibili economie; gli U.S.A. e le altre nazioni dovrebbero, a mio parere, seguire l'esempio di queste economie il più possibile.

Infine, "I Leader delle nostre nazioni hanno tre possibilità principali: impadronirsi dei giacimenti petroliferi altrui fino a spogliarli; andare avanti fino a quando le luci si spegneranno e gli americani si congeleranno al buio; o cambiare il nostro stile di vita attraverso il risparmio energetico e investendo largamente nelle fonti rinnovabili" secondo Charles T. Maxwell. Io vorrei aggiungere a questo punto di vista che i nostri leader e tutti noi dovremmo, in un tempo ragionevolmente breve, cominciare a creare comunità indipendenti ed ecosostenibili, che siano durevoli e flessibili in modo tale da sopportare ragionevolmente le dure forse esterne, come la mancanza di quantità sufficienti di petrolio o, almeno, l'inevitabile crescere dei prezzi che si verificherà dopo il picco del petrolio. Solo se faremo questo con successo potremo evitare le conseguenze peggiori dei gravi deficits.

Nell'attuale fase del picco della produzione petrolifera, abbiamo un periodo di stabilità in cui è il petrolio è ancora ad un prezzo ragionevole e in un quantitativo abbondante. Allo steso tempo, non possiamo aspettarci che i leaders dei nostri governi favoriscano la fine della dipendenza dal petrolio, tenendo conto del fatto che sono controllati dalla logica del profitto. Per questo, spetta ai cittadini comuni creare le riforme necessarie per un economia locale e per lo sviluppo sociale. Se questa impresa non verrà portata avanti attivamente in modo adeguato, il risultato inevitabile, come sostiene Dmitry Orlov in “The Five Stages Of Collapse”, sarà il caos.

Titolo originale: "Peak Oil: Are We Heading Towards Social Collapse?"
Fonte: http://www.countercurrents.org
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di FRANCESCA