martedì 14 giugno 2011

Referendum: hanno vinto i cittadini.

Una vittoria che non deve fare abbassare la guardia.

Quasi 29.000.000 di Italiani hanno risposto SI a quatto quesiti che toccano tre punti vitali della nostra vita democratica: la gestione dei servizi pubblici, la politica energetica e la giustizia.

Di questi forse solo l’ultimo è direttamente collegabile ad una presa di posizione netta contro un provvedimento ad personam ed in senso più ampio contro un atteggiamento del governo in carica ormai sempre più orientato negli ultimi tempi a stravolgere anche i più elementari principi del diritto e del comune senso del pudore pur di favorire il suo premier nei suoi rapporti con la giustizia.

Per gli altri due la vittoria dei SI ha una valenza di gran lunga più importante che coinvolge il rapporto tra i cittadini e l’intera classe politica di questo paese a dimostrazione che una svolta c’è, un vento nuovo soffia , ma forse non nella direzione che molti millantano.

Premettiamo che siamo convinti che se non ci fosse stata la tragica fatalità del disastro nucleare di Fukushima forse il quorum non sarebbe stato superato, visti l’indegno boicottaggio che i referendum hanno subito, con la complicità vergognosa di stampa e TV, da parte del governo e dei partiti della maggioranza e la prevalente indifferenza della quale erano fatti oggetto fin dai tempi della raccolta delle firme da molti degli esponenti degli altri partiti, PD in testa, fino alla fatidica data dell’11 marzo 2011.

L’onda emotiva dello “tsunami nucleare” giapponese ha infatti cominciato a stravolgere i sondaggi d’opinione ed abbiamo assistito ad una delle più rapide manovre di trasformismo politico di questa Repubblica che ha consigliato a tutti i leaders dei vari partiti di cavalcare a spada tratta l’onda di un voto popolare che stava andando contro ogni iniziale aspettativa, a costo di contraddirsi anche con le loro più recenti affermazioni.

Ora tutti a mettere il cappello sulla vittoria referendaria, improbabile fino a poche settimane fa e da molti indesiderata, tutti a proclamarsi virtuosi della democrazia diretta senza neanche sapere di cosa stanno parlando e quale sia la differenza tra la partitocrazia che questi signori incarnano e la reale partecipazione democratica dei cittadini. La vittoria non è dei partiti, non è di questo o quel leader, ma dei comitati spontanei, dei movimenti civici, di quei cittadini che ancora una volta in questi ultimi tempi si sono riappropriati di quella sovranità riconosciuta loro dalla Costituzione ed usurpata dalle segreterie dei partiti, votando secondo coscienza e non in base al colore dei partiti ed ai loro dettami.

Nelle ultime settimane abbiamo cucito le nostre bocche che volevano gridare contro tale turpe mistificazione, abbiamo preferito tacere consci che l’importante era superare il quorum. Ora però non possiamo fare a meno di ricordare le responsabilità trasversali che accomunano destra e sinistra sia nella politica energetica che in quella delle privatizzazioni ed a mettere in guardia i cittadini dall’abbassare la guardia contro le immorali lobbies di potere che attraverso la politica agiscono secondo un unico pensiero dominante: privatizzarne i profitti e scaricarne i costi sulla collettività.

E allora ricordiamo che la privatizzazione del servizio idrico affonda le sue radici nella Legge Galli del 1994 (Governo Ciampi) che dà il via al trasferimento dal pubblico al privato e nella più ampia politica di privatizzazione del pubblico portata vanti dai governi di ogni colore a partire dal 1994 in poi; che il decreto Ronchi (Governo Berlusconi) non ha fatto altro che portare a termine il progetto di privatizzazione del decreto Lanzillotta (Governo Prodi , cofirmato da Pier Luigi Bersani, da Giuliano Amato (PD), Antonio Di Pietro (IdV) ed Emma Bonino (Radicali)), che durante la campagna referendaria alcuni esponenti di spicco della "ex-sinistra” non si sono smentiti e personaggi come Renzi (Sindaco di Firenze), Chiamparino, Fassino (Sindaco di Torino) Enrico Letta, Enrico Morando hanno dichiarato di votare NO, quantomeno al secondo quesito sull’acqua: quello che elimina la remunerazione del capitale investito.

Ed ancora a proposito di nucleare ricordiamo i 57 parlamentari italiani sui 72 che nel Parlamento Europeo avevano votato a favore di una “strategia europea” che sostenesse anche il nucleare, peraltro sponsorizzato fino all’ultimo da molti esponenti di sinistra e l’assoluta mancanza di una strategia energetica che attanaglia l’Italia fin dai tempi di Enrico Mattei E ci fermiamo qui, per evitare di annoiare il lettore.

Attenti dunque. E’ stata vinta una battaglia, ma la guerra è lunga e per niente affatto vinta. Grazie al Trattato di Lisbona, che gli Italiani ignorano nel suo contenuto e nella sua portata e che sancisce la priorità delle direttive europee sulle leggi del Parlamento Italiano ciò che oggi è uscito dalla porta potrebbe rientrare in un prossimo futuro dalla finestra.

E poi ci sono ancora da scardinare gli accordi che i nostri amministratori hanno stipulato e gestiscono per nostro conto con le varie Veolia (Acqualatina) , Suez, Hera, quelle multinazionali che gestiscono i nostri acquedotti secondo la logica del profitto. Bisogna attivarsi per un piano energetico fondato sul risparmio, sulla microgenerazione diffusa, sulla diverisificazione delle fonti energetiche e sulla ricerca scientifica che migliori l’utilizzo delle fonti rinnovabili e le renda più economiche. Bisogna lottare contro discariche a cielo aperto ed inceneritori.

Infine poniamo la massima attenzione sulle regole del gioco: il solo referendum abrogativo non basta! Occorre introdurre ulteriori mezzi di partecipazione dei cittadini e di controllo dell’operato degli eletti: referendum deliberativi senza quorum, obbligatorietà di esame delle leggi di iniziativa popolare, azione di recall nei confronti dei politici trasformisti, riforma della legge elettorale. Una strada lunga che coinvolge la partecipazione attiva dei cittadini e parte dai nostri Comuni.

Certo, un vento nuovo c’è ed è quello della partecipazione democratica dei cittadini al governo del loro paese e delle loro città.




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