lunedì 11 gennaio 2010

L'immigrazione e la decrescita

Il fenomeno dell'immigrazione sta assumendo caratteristiche diverse rispetto al veccho concetto così come normalmente inteso. L'articolo di Giuseppe Giaccio, di cui riportiamo la parte finale, dopo alcune considerazioni in merito a tale evoluzione che mal si concilia con un'economia mondiale improntata sullo sviluppo continuo del PIL, indica nella decrescita una strategia economica che ci consentirebbe di arginarlo e ridurlo.

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tratto da www.ariannaeditrice.it - fonte: Diorama Letterario)

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Questo insieme di considerazioni (vedi articolo originale) spiega come, in tema di immigrazione irregolare, i governi stiano sempre più orientandosi nel senso di un passaggio dal controllo alla gestione della clandestinità. In questa nuova “filosofia”, si dà per scontato che l’immigrazione continuerà e che non si può fare nulla per arrestarla. Al massimo, si può tentare di disciplinarla. Dall’angolo visuale dei governi, tale scelta, per quanto criticabile, non è priva di una sua logica. Fino a quando, infatti, la stella polare dell’azione governativa sarà la crescita del prodotto interno lordo, non si vede per quale motivo essi dovrebbero rinunciare a quella autentica gallina dalle uova d’oro che sono gli immigrati. Chi vuole lo sviluppo, non può non considerare l’immigrazione un bene dal quale possono derivare alcune conseguenze negative che ci si deve sforzare di eliminare o quantomeno ridurre, piuttosto che un male da cui possono incidentalmente derivare alcune conseguenze positive. Proprio questo è, però, il punto su cui si dovrebbe incentrare la discussione, anziché considerarlo come acquisito.
In un precedente intervento su queste colonne, abbiamo provato ad avviarla, indicando nella decrescita una possibile strada per venirne a capo.
La società sviluppista presenta, infatti, una serie di controindicazioni che la rendono sempre più insostenibile (l’accelerazione dei processi entropici, i cambiamenti climatici, un’impronta ecologica eccessiva e dannosa per la biosfera, le guerre per il controllo delle risorse energetiche). Lo spostamento da una regione all’altra del pianeta di masse umane ridotte alla miseria e alla fame o sedotte dal mito consumista è solo una di tali controindicazioni. Viceversa, una società basata sulla decrescita ci pare la cosa più ragionevole e urgente da fare perché contribuirebbe a sfebbrare il pianeta, a ricreare una cultura dei luoghi, del territorio, favorirebbe una più equa distribuzione delle risorse e indebolirebbe le molle sia psicologico-culturali, sia economiche che spingono molti ad emigrare. Soprattutto, una società basata sulla decrescita ci aiuterebbe ad affrancarci dalla mentalità missionaria che giustifica e nobilita lo sviluppo. Il frate francescano Bernardino di Sahagun, nel XVI secolo, così descriveva il compito del missionario: «Il missionario deve considerare se stesso come un medico e la cultura degli indigeni come una sorta di malattia che spetta a lui guarire».
Nessuno, oggi, oserebbe parlare negli stessi termini, ma la sostanza non è granché cambiata. I “missionari” laici non ragionano diversamente. Sono solo più ipocriti. La medicina somministrata non è più la religione cristiana, ma l’aiuto allo sviluppo, nel quale Marianne Gronemeyer vede una perversione dell’idea di aiuto funzionante come cavallo di Troia che distrugge dall’interno, a poco a poco e inesorabilmente, gli altrui stili di vita.
Chi, come il Mahatma Gandhi, conosceva davvero i problemi degli “indigeni”, in quanto ne faceva parte, era uno di loro, forniva una ricetta diversa: «Lasciate in pace i poveri! I poveri sanno cavarsela benissimo senza di voi, a condizione che li lasciate in pace».
Henry David Thoureau si è servito dell’arma dell’ironia per dire qualcosa di simile: «Se sapessi con sicurezza che un uomo sta venendo da me per farmi del bene, correrei a mettermi in salvo per paura di dover ricevere un po’ del bene che quello mi facesse».
Non si tratta solo di boutades o di amore per il paradosso, ma dell’indicazione di una seria, ed al momento ardua, strada da percorrere. È un fatto che i problemi del Terzo Mondo sono iniziati quando noi abbiamo cominciato a fargli del bene, ad “aiutarlo” (fuor di metafora: ad obbligarlo a svilupparsi). Se la finissimo e ci mettessimo in ascolto dei bisogni dell’altro, avremmo fatto un primo passo nella giusta direzione. Il vero aiuto è quello in cui l’aiutato rimane il dominus della situazione, invece di essere, come purtroppo accade di solito, il pretesto per imporre una condizione di uniformazione planetaria. Il vero aiuto è, sul piano individuale, quello del buon Samaritano o di San Martino che divide il suo mantello col mendicante: nasce dalla misericordia, cioè da un moto del cuore e non dalla programmazione scientifica dell’asservimento economico, politico e culturale mascherato con motivi umanitari. Un moto non intrusivo che mira a restituire all’aiutato una condizione di normalità, a partire dalla quale egli può decidere liberamente cosa fare della sua vita e non essere costretto a trasformarla in una copia più o meno ben riuscita di quella dell’aiutante.
Il vero aiuto è quello che può venire da una società della decrescita, forma di misericordia collettiva esercitata nei confronti degli uomini e dell’ambiente.



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