Intervista a Enrcio Berlinguer
«I partiti sono diventati macchine di potere»
«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer.
«I partiti hanno degenerato e questa è l'origine dei malanni d'Italia».
Eugenio Scalfari
* * *
La passione è finita?
Per
noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio
dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono
sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine
di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e
dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o
vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più
disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza
alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure
distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura
organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più
organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione
civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di
camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta
geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia
in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio,
De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così
via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i
socialdemocratici peggio ancora...
Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
È quello che io penso.
Per quale motivo?
I
partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire
dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le
banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le
università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c'è il
pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera,
cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi
impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una
così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si
vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le
"operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono
chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione
dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la
carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se
procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione
amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra
viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i
beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi,
anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.
Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
E secondo lei non corrisponde alla situazione?
Debbo
riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro
realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato
di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti
voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
La
domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente.
Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del
mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi,
delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno
ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali
dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di
non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto
che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle
normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non
comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e
non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È
un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti.
Ebbene, sia nel '74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell'81 per
l'aborto, gli italiani hanno fornito l'immagine di un paese liberissimo e
moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle
città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e
proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia,
anche a distanza di poche settimane.
Veniamo all'altra mia
domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un
pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
In un certo senso,
al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il
nostro, che va così decisamente contro l'andazzo corrente, conservi
tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa
lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito "diverso" dagli
altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.
Sì,
è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne
parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra
d'infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che
consiste la vostra diversità? C'è da averne paura?
Qualcuno, sì,
ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una
risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in
che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più
margine all'equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino
di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra
Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della
nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di
Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma
interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le
aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle
istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che
debba incutere tanta paura agli italiani?
Veniamo alla seconda diversità.
Noi
pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si
annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e
gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e
di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani
oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la
professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di
ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere
assicurata.
Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
Già,
ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo
sessant'anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e
di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui
monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i
disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato
emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi
comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.
Non voi soltanto.
È
vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi
pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia
causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di
enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di
socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e
centralizzata pianificazione dell'economia, pensiamo che il mercato
possa mantenere una funzione essenziale, che l'iniziativa individuale
sia insostituibile, che l'impresa privata abbia un suo spazio e conservi
un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà,
dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di
piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi
si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo
inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando
masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al
fondo, la causa non solo dell'attuale crisi economica, ma di fenomeni
di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della
sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste
idee?
Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può
pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra
un'offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
Bè, una
differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella
seria, s'intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei
lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati,
dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli
antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una
politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo
sono scoppiati in tutto l'occidente capitalistico, vi sono segni di
crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese,
proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà
per essi finora ignote o da essi ignorate.
Dunque, siete un partito socialista serio...
...nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo...
Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
No,
non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati
importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando
sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati.
Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte
dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la
tradizionale tutela democristiana, non c'è che da esserne soddisfatti:
ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e
i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un
programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto
al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice
trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i
vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo,
partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare
che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci
soddisfatti noi e il paese.
Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c'è o no?
Francamente,
no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la
Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c'è stato un trasferimento
di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma
affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun
segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e
istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato
costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e
sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.
Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
La
questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri,
dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e
dell'amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna
metterli in galera. La questione morale, nell'Italia d'oggi, fa tutt'uno
con l'occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle
loro correnti, fa tutt'uno con la guerra per bande, fa tutt'uno con la
concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che
vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la
questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli
altri partiti possono profare d'essere forze di serio rinnovamento
soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue
cause politiche. [...] Quel che deve interessare veramente è la sorte
del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia
rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di
soffocare in una palude.
Signor Segretario, in tutto il mondo
occidentale si è d'accordo sul fatto che il nemico principale da
battere in questo momento sia l'inflazione, e difatti le politiche
economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare
quell'obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
Risponderò
nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società
occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti
separatamente. L'inflazione è -se vogliamo- l'altro rovescio della
medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai
a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di
domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia
e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci
ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni
impensabili.
Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea
dell' "austerità". Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con
favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del
partito...
Noi sostenemmo che il consumismo individuale
esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture
produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che,
comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte
all'aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e
zone arretrate, e di fronte al risveglio e all'avanzata dei popoli dei
paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di
assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la "civiltà dei
consumi", con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa.
La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni
più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo
dell'austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere
gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati
superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare
nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori
avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di
raddrizzamento dell'economia, ma che l'insieme dei sacrifici doveva
essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe
dovuto avere come obiettivo quello di dare l'avvio ad un diverso tipo di
sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più
umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell'austerità e
della contemporanea lotta all'inflazione e alla recessione, cioè alla
disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV
Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.
E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
Il
costo del lavoro va anch'esso affrontato e, nel complesso, contenuto,
operando soprattutto sul fronte dell'aumento della produttività. Voglio
dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al
paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori,
mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile
ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla
gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità
politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se
questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire.
«La Repubblica», 28 luglio 1981
venerdì 12 giugno 2015
La questione morale - Enrico Berlinguer - Repubblica, 1981
Pubblicato da
Formia 5 Stelle
alle
08:40
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