Perché si ricorda solo l’”olocausto” degli ebrei?
Ieri si è celebrato in tutta Italia il “giorno della memoria” affinché gli uomini, soprattutto i giovani, non dimentichino gli orrori e le efferatezze che la follia umana ha saputo generare ai danni di un intero popolo e la data ricorda l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz ad opera dell’Armata Rossa nel 1945. Per l’esattezza, dunque, il 27 gennaio di ogni anno dal 2000 si celebra in Italia il ricordo della “Shoa”, cioè lo sterminio del popolo ebraico ad opera dei nazisti.
Cerimonie, documenti, cronache storiche, film, sceneggiati (o fiction, come si dice oggi) si sono susseguiti sui media, come avviene da dieci anni a questa parte, per “ricordare”, come monito per le future generazione, affinché cose del genere non accadano più.
E’ giusto che sia così, ma perché si ricorda solo il genocidio degli ebrei?
Sono almeno dieci anni che mi pongo questa domanda.
Innanzitutto il termine “olocausto”, con il quale spesso si identifica il termine “shoa”, è stato utilizzato verso la fine del secolo scorso per identificare essenzialmente lo sterminio programmato e sistematico da parte dei nazisti della popolazione ebraica. Nei loro lager, però, i nazisti oltre ai 6 milioni di ebrei come ci tramanda la storia hanno massacrato anche zingari Rom e Siniti, omosessuali e malati di mente, testimoni di Geova e Pentecostali, comunisti ed avversari politici, cittadini sovietici e polacchi per un totale di vittime stimabile tra i 10 e i 14 milioni cui vanno aggiunti circa 4 milioni di prigionieri di guerra, un numero impressionante di vitime di cui, dunque, gli ebrei sono solo una parte. Quindi il termine “olocausto” già di per sé ha, purtroppo, un significato ben più ampio che non lo sterminio di una singola determinata etnia.
- le stragi ai danni degli Armeni nel 1915-1916, ad opera del governo guidato dai Giovani Turchi con un numero di morti incerto, valutato intorno a 1.400.000 vittime, circa il 70% della popolazione armena ed il genocidio dei Cristiani di rito Assiro-Caldeo-Siriaco avvenuto nello stesso periodo sempre ad opera dell’Impero Ottomano, abituato ad azioni di dura repressione come quelli contro il popolo armeno già degli anni 1896-1897
- l’ Holodomor, che in lingua ucraina significa "infliggere la morte attraverso la fame", da parte dei sovietici tra il 1932 e il 1933 ai danni delle popolazioni ucraine, con eradicazione sociale e carestia pianificata con circa 5 milioni di morti, pari al 25% della popolazione;
- i pogrom scatenati dai polacchi contro i loco concittadini ebrei all’inizio dell'invasione della Polonia da parte della Germania nel 1939 con oltre 250.000 vittime;
- l'eliminazione dei proprietari terrieri in Cina del 1951, imprecisato il numero delle vittime;
- lo sterminio di centinaia di migliaia di comunisti in Indonesia nel 1965 ad opera dell’esercito di Suharto;
- 1.800.000 le vittime dei Khmer Rossi di Pol Pot in Cambogia dopo il 1975 pari al 40% della popolazione
- i massacri dei Tutsi (circa 70-80% delle popolazione) e degli Hutu avvenuti in Ruanda nel 1994
- oltre 100.000 musulmani bosniaci in Bosnia tra il 1992 e il 1995 nella più assoluta indifferenza della comunità europea.
Come non ricordare poi il genocidio dei nativi americani ad opera dei coloni europei che dagli originari 80 milioni di abitanti nelle due Americhe furono progressivamente ed inesorabilmente decimati per oltre il 90% attraverso malattie, massacri e vere e proprie campagne di sterminio programmate, che sono continuate fino ai giorni nostri se si considerano le campagne di sterilizzazione occulta delle donne nelle riserve indiane degli Stati Uniti o la “civilizzazione” forzata di intere tribù dell’Amazzonia e conseguente loro estinzione per fare spazio alle deforestazioni.
O le vittime del colonialismo del XIX secolo che hanno visto il 90% dei Tahitiani, il 70% dei Canachi e i due terzi dei Maori scomparire in pochi anni, mentre i Tasmaniani si sono completamente estinti, oppure i milioni di africani morti nel traffico di schiavi o nelle piantagioni delle Nuove Americhe o quelli morti a causa delle varie politiche di militarizzazione e di genocidio nel Congo belga di Leopoldo II , o in Costa d’Avorio, in Sudan, in Namibia.
Citiamo ancora i Kulaki e i dissidenti politici deportati a milioni in Siberia dall’URSS, le foibe di Tito, i 30.000 georgiani uccisi durante la guerra abkhazo-georgiana (1991-1993), o gli oltre 800.000 civili kosovari deportati nella recente guerra del Kosovo.
Non sono forse genocidi anche le stragi di Curdi perpretate dal 1973 ad opera di Saddam Hussein, quando era “amico” dell’occidente, fino al 2003 o le vittime civili, soprattutto minori, degli embarghi contro lo stesso Iraq ad opera di USA e Gran Bretagna?
Allora perché celebrare solo il dolore del popolo ebraico e non estendere invece la “memoria” indistintamente a tutte le vittime dei mille e mille episodi che hanno visto e vedono intere popolazioni civili o parte di esse, indipendentemente dal numero delle vittime e dall’efferatezza dei metodi usati, ferocemente massacrate e annientate per motivi razziali, economici o sociali ad opera di propri simili attraverso deportazioni ed eliminazioni sistematiche, stupri di massa, sterilizzazioni, massacri, torture, bombardamenti indiscriminati, carestie, malattie …? Perchè non elevare questa data a ricordo, condanna assoluta e monito di una efferatezza tipica del genere umano?
Con questo più ampio metro di giudizio le generazioni future capirebbero forse che vittime di un “olocausto” sono da considerare anche gli abitanti “nuclearizzati” di Hiroshima e Nagasaki, o i “briganti” e i contadini della terra borbonica sterminati dai savoiardi in nome dell’unità d’Italia, oppure le vittime civili dei bombardamenti alleati sulle nostre città nella 2^ guerra mondiale o di quelli in Afghanistan di oggi, o le vittime e i rifugiati e i morti per fame della guerra “dimenticata” del Darfur?
Forse si riscriverebbero intere pagine di storia e il significato di “olocausto” sarebbe più completo. Forse si capirebbe che vittime di un “olocausto” lo sono anche i civili Palestinesi bombardati lo scorso anno da Israele e a tutt’oggi rinchiusi nel lager di Gaza, di cui i media si guardano bene dal riportarne la cronaca.
Dal Papa, dal nostro Presidente, da tutto il quadro politico “celebrante” perché invece viene un messaggio a senso unico e neanche una parola per tutti gli altri?
E’ colpevole dimenticanza, o l’ennesima, semplice, ipocrita strumentalizzazione anche di questo tremendo fatto della nostra storia?
Giovanni Nocella

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